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2LDK »

di Tsutsumi Yukihiko
con Nonami Maho e Koike Eiko
Giappone 2002
 
Due giovani attrici che condividono lo stesso appartamento (2LDK = due stanze, soggiorno, sala da pranzo e cucina), rivali nel lavoro e nell’amore, si picchiano senza esclusione di colpi in un’escalation parossistica fino al (prevedibile) finale.
Si esaurisce davvero tutto qui il mediometraggio di Tsutsumi Yukihiko, nato da una scommessa con il suo compagnone (nonché il regista più tamarro della Terra) Ryuhei Kitamura: realizzare un film basato su un duello mortale, con due soli personaggi e rispettando l’unità di tempo e di luogo. Praticamente un esercizio di stile, solo che qui di stile ce ne è proprio pochino… Non tanto perché il sottotesto che dovrebbe giustificare il raptus assassino è banale e insignificante, così come le psicologie delle protagoniste (che rispettano fedelmente gli stereotipi speculari della ricca fighettina stronzetta e della povera timidona intellettuale). Quanto perché sono proprio le sequenze di exploitation pura (che poi sarebbe l’unica ragion d’essere del prodotto) che, a parte qualche trovata azzeccata come la scena nella vasca da bagno, ad esempio, o il detersivo ustionante spruzzato in faccia, manca davvero un quid di originalità e di arditezza (una volta entrati in ballo si sarebbe potuto e dovuto osare molto di più, anche alludendo alla sfera sessuale…).
Ciononostante il giochetto di Yukihiko può considerarsi un piacevole divertissement per una serata noiosa, soprattutto se siete feticisti del cat fight, va da sé. Non foss’altro che per la presenza di Nonami Maho e Koike Eiko.
 
Tarantino l’avrà visto prima di girare “Kill Bill”?
 
Dopo quasi un anno torna il cineclub più fico, esclusivo e con gli occhi a mandorla che c’è.
Grazie a Checco per il ragù di salsiccia, gli orsetti gommosi e i cioccolatini dalle mille chilocalorie per centimetro quadrato, a Murda per “CAPPOTTOO!” e ad Andrea perché è marchigiano…           

Angel Dust »

di Sogo Ishii
con Kaho Minami, Takashi Kamatsu, Etsushi Tokoyama
Giappone 1994

Il secondo film scelto per il cineforum dei cinebloggers non è stato una rivelazione folgorante come “The face of another”, ma si tratta comunque di un’opera insolita e visionaria, perfettamente in linea con il tono di queste serate.

Pur non apprezzando particolarmente il filone “serial killer + lavaggio del cervello”, Ishii è riuscito a comporre un quadro inquietante, giocando con uno stile rarefatto, che procede per sottrazioni, fuoricampo ed ellissi, ovvero esattamente l’opposto di produzioni come “Electric Dragon 80.000 V”. È vero, c’è qualche lentezza di troppo e qualche passaggio che non convince del tutto. Difetti che però vengono perdonati non appena si ritorna con la mente alla bellezza delle sequenze delle aggressioni in metropolitana. E considerando anche che ha verosimilmente ispirato thriller successivi come “Hypnosis”.

The Face of Another »

di Hiroshi Teshigahara
con Tatsuya Nakadai, Mikijiro Hira, Machiko Kyô
Giappone 1966
 
Il primo circolo cinéfile dei cinebloggers non poteva iniziare meglio. Grazie alle risorse nipponiche del Checco l’altra sera era di scena “The Face of Another” di Hiroshi Teshigahara. Qualcuno dovrebbe decidersi a riscoprire questo talento visionario (in anticipo di trent’anni su tutti) e magari dedicargli una retrospettiva completa (la sua filmografia non è poi così sterminata). Un horror metafisico sul concetto di identità e delle norme sociali che essa impone, girato con stile sperimentale al limite del delirio onirico. Uno scienziato pazzo che crea una nuova faccia a un uomo dal viso deturpato, perché possa sedurre la sua stessa moglie. Pub bavaresi a Tokyo e soprattutto un walzer che somiglia maledettamente a “Cries and whispers” di Old boy.
Non si potrebbe desiderare nulla di più, anzi sì: vedere il film in compagnia di questi tipi qua.
Lisergico, senza bisogno di ulteriori aditivi.