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Nightmare Detective »

di Tsukamoto Shinya

con Matsuda Ryuhei, Hitomi, Ando Masanobu, Tsukamoto Shinya

Giappone 2006

 

Sarebbe interessante indagare sulle ragioni per cui, in un breve intervallo, sono usciti in Giappone due film come Nightmare Detective e Paprika (2006), basati pressappoco sullo stesso soggetto e intrigati dalle medesime suggestioni oniriche. Pura casualità, o effettiva urgenza, per così dire “sociale”, di affrontare il lato oscuro e rimosso dell’uomo (nipponico) contemporaneo?

 

Ancora più curioso, forse, il fatto che entrambe le opere si prestino molto facilmente a una lettura autoriflessiva. Il capolavoro di Kon Satoshi, va da sé, parla soprattutto di cinema; della sua straordinaria (ma anche inquietante e terrificante) capacità di plasmare e lavorare con la materia onirica. Ma come non vedere anche in Nightmare Detective il tentativo da parte di Tsukamoto di riflettere sul senso del proprio lavoro cinematografico? Non è di certo un caso che il regista (da sempre avvezzo anche a interpretare i suoi film) qui scelga di impersonare proprio “Zero”, sorta di entità oscura e, appunto, nullificatrice, ergendosi a origine di tutti gli incubi del personaggio/spettatore.

 

Purtroppo c’è da dire che Nightmare Detective non ha il potere evocativo e il fascino stordente del lungometraggio animato di Kon. Il regista di Tetsuo tenta di svincolarsi da un’estetica televisiva di maniera, inoculando all’interno delle figure e dei temi ricorrenti dello psycho horror (si pensi all’incipit quasi ironico) germi della sua poetica malata e disturbante, che però si rivela nella sua strabordante efficacia soltanto nella sequenza dello scontro finale.

 

In questo Tsukamoto non si discosta troppo dall’operazione compiuta a suo tempo da Miike Takashi per The Call e ripropone le solite istanze della precedente filmografia (la mutazione, l’uomo prigioniero della metropoli, il masochismo come soluzione estrema all’ottundimento sensoriale) nella confezione un po’ impolverata del prodotto di genere low budget. Ma, rispetto a Miike, qui l’esito è ancora più “normalizzante” (basta pensare al finale), e il film finisce per piegarsi troppo spesso a un’iconografia pop da manga (il Detective dell’incubo sembra uscito da Death Note).

 

Un peccato, perché Tsukamoto ha un grandissimo talento nel costruire immagini (pur entro gli schemi limitanti di un prodotto come questo) e dovrebbe sentirsi ancora libero di sperimentare territori inusitati senza alcun condizionamento, affidandosi unicamente allo straordinario potere “poetico” (anche nel senso etimologico di “creatore”) dell’incubo.


Piccola nota: l’edizione dvd della Rarovideo presenta la versione con audio originale, tuttavia i sottotitoli sono disponibili esclusivamente in lingua inglese…

L’uomo che amava le donne »

di François Truffaut
con Charles Denner, Brigitte Fossey, Leslie Caron
Francia 1977
 
Fosse stato ambientato interamente a Parigi e non a Montpellier (ma il protagonista viene dalla Capitale, ed è alla Capitale che ritornerà verso la fine del film) per “L’homme qui aimait les femmes” non si riuscirebbe a concepire una locandina più emblematica: una variazione sul tema del celebre manifesto di “Fantomâs”, con una leggiadra falcata femminile a troneggiare sopra i tetti de Paris in sostituzione del genio criminale.
L’ineffabile mantra di Bertrand Morane, “le gambe delle donne sono compassi che misurano il globo terrestre donandogli equilibrio e armonia”, esprime una concezione del mondo nient’affatto maschilista – e il protagonista non è per nulla un Don Giovanni nel senso classico –, semmai si tratta di una rivoluzione copernicana nel segno di Venere, un nuovo relativismo muliebre che erige il sesso femminile “a misura di tutte le cose”.
 
Bertrand Morane è un tecnico che studia le meccaniche dei fluidi e della materia gassosa sui veicoli di trasporto; s’interessa insomma di sottili e delicatissimi equilibri e d’impalpabili pressioni, di resistenze sulle superfici e di punti di rottura. Terminato il lavoro, il discorso non cambia: alla base del corteggiamento e dei rapporti di coppia ritroviamo gli stessi equilibrismi e il medesimo gioco di precisione. Solo che qui i conti spesso non tornano.
 
La magnifica ossessione di Morane – trasfigurata nel volto febbrile e languido dell’impareggiabile Charles Denner – è una ricerca ideale, un principio morale ed estetico, che non a caso sfocia quasi naturalmente nella sublimazione artistica. Difficile non cedere a un’interpretazione sul filo dell’autobiografismo e della (auto)riflessione sulla (settima) arte.
“L’homme qui aimait les femmes” è l’ennesimo film di Truffaut su quella droga che si chiama cinema, sulla calda amante di celluloide: un rinnovato effetto notte che sfuma in un nero mortuario. Quello del funerale di Morane: ultima sfilata, quasi fellinesque, di tutti quegli amori che hanno popolato, prima ancora che la vita, la (sua, nostra) fantasia.
 
Dvd minimalista, nessun extra ad eccezione del trailer (per giunta nella versione américain).

 Inventario: SBV 10639 ; Collocazione: VF TRUFF UOM

Operazione Canadian Bacon »

di Michael Moore
con John Candy, Rhea Perlman, Alan Alda
Usa 1994
 
L’unico lungometraggio di finzione realizzato, finora, da Micheal Moore è un pamphlet fantapolitico-demenziale in perfetta linea con le ossessioni del regista, quasi una sintesi in chiave farsesca delle sue produzioni passate e future. Il film inizia, infatti, con una fabbrica chiusa (“Roger and me”), i cui ex-dipendenti si suicidano per disperazione gettandosi dalle cascate del Niagara. Il proprietario è un mefistofelico produttore d’armi (“Bowling a Columbine”) che per tirare a campare necessita di una nuova Guerra fredda. Anche il Presidente degli Stati Uniti (un Alan Alda dal brillante understatement), che i sondaggi danno in costante calo di popolarità, si sente un po’ orfano dei “rossi”, facili capri espiatori con cui distogliere gli elettori dai reali problemi della nazione. Non avrà per caso intenzione di inventarsi una guerra, adducendo sconclusionate motivazioni sostenute da una menzognera campagna mediatica, per giustificare l’attacco contro un innocuo e ignaro paese (“Fahrenheit 9/11”)? E quale sarebbe il nemico che da sempre trama nell’oscurità ai danni degli Americani? Ma naturalmente il Canada! Nazione verso la quale Moore coltiva un’idealizzata venerazione (era modello di riferimento costante anche in “Bowling a Columbine”).
Molto più simile all’irriverenza cialtrona di “South Park: il film” che non all’acume satirico de “La Seconda Guerra civile americana” (solo per citare un gioiellino fantapolitico che fotografa con impietosa lucidità il lato oscuro statunitense), il film ha gioco facile nello sbertucciare la storica rivalità che da sempre infiamma i due co-inquilini di continente, aggredendo la landa dell’Acero a suon di stereotipi esattamente come il suo vicino a stelle e strisce.
In tempi non sospetti il corpulento agitatore del Michigan preconizzava la strategia della politica internazionale firmata George Bush Jr., dimostrando paradossalmente maggior lucidità con un opera dichiaratamente grottesca e di finzione piuttosto che con quell’impasto docu-propagandistico che è “Fahrenheit 9/11”. A sostituire la massa ballonzolante del regista troviamo le forme altrettanto pingui di un barbuto John Candy (quasi un alter-ego), qui nelle vesti di uno sceriffo “canadofobo”, più una serie di camei che ci riportano dritti dritti nell’universo comico anni Ottanta, da Jim Belushi, che non fa assolutamente nulla (probabilmente la sua parte sarà stata sforbiciata), a Dan Aykroyd che regala forse la gag più divertente di tutto il film (è un poliziotto canadese che obbliga John Candy, in virtù della legge sul bilinguismo dell’Ontario, a riscrivere anche in francese tutte le parolacce anti-Acero che adornano il furgone). Ma anche Moore si ritaglia un cameo. Indovinate in quale ruolo? Esatto, proprio quello del corpulento provocatore e aizzatore di folle.

Occhio, che il dvd è un semplice riversaggio da vhs, senza neanche la versione originale.

 Inventario: SBV 12348 Collocazione: VF MOORM OPE

Furyo »

di Nagisa Oshima
con David Bowie, Ryuichi Sakamoto, Tom Conti, Takeshi Kitano
Giappone / Gran Bretagna / Nuova Zelanda 1983
 
“Furyo” (ovvero “Merry Christmas Mr. Lawrence”) è un film che si sedimenta dentro lo spettatore, matura pian pianino, fino a germogliare di colpo, lasciando stupefatti.
 
“È stato come se Celliers con la sua morte piantasse un seme dentro Yonoi, che noi tutti potremo far crescere”, è la frase che pronuncia Mr. Lawrence durante il toccante commiato finale con il sergente Hara (un già immenso Takeshi, ancora né “Beat” né Kitano). Ed è soprattutto di questo che parla “Furyo”, anzi forse è soprattutto di questo che parla l’intera opera del poeta Oshima: l’Amore che sboccia dalla Morte, la nascita del sentimento in un ambiente violento e disumano. Allora tutto acquista improvvisamente un senso, anche ciò che a prima vista può sembrare criptico: Celliers sotterrato nella sabbia, la sua ciocca di capelli raccolta da Yonoi come fosse un petalo, il lepidottero notturno che si poggia sul suo volto ormai senza vita, a indicare che la metamorfosi è oramai compiuta. E, ancora prima, il modo in cui Celliers divora avidamente quei fiori rossi, oppure la presenza iperrealista di quel giardino rigoglioso nei flashback che lo riportano all’infanzia e la celeberrima colonna sonora dalla cadenza fanciullesca.
 
Oshima, così come in “Tabù – Gohatto”, non vuole realizzare un film storico o di guerra, ma semplicemente una storia d’amore (im)possibile, denunciando le costrizioni di una società repressiva e repressa che inibisce la libera espressione del sé, lanciando strali contro un Giappone gerarchizzato, formalizzato e castrante, ma anche (e più sottilmente) contro un Occidente altrettanto fondato sull’aridità e sul soffocamento delle emozioni. Nella speranza che il seme possa germogliare.
Il regista non avrebbe potuto scegliere incarnazioni più perfette dell’“alieno” David Bowie, essere androgino che cadde sulla Terra a portare scompiglio, e del suo perfetto contraltare Ryuichi Sakamoto, qui eretto a immagine e somiglianza di Yukio Mishima.
 
“Furyo” è un film che trasuda Amore più di quanto apparentemente possa lasciare intravedere.

Dvd essenziale, ovvero extra neanche a parlarne. Però il suo dovere lo fa: si vede e si sente bene.

 Inventario: SBV 15540 Collocazione: VF OSHIN FUR

Il ventaglio bianco (The Young Master) »

di Jackie Chan
con Jackie Chan, Yuen Biao, Pai Wei, Kien Shin, Feng Tien
Hong Kong 1980
 
Il titolo inglese fa il verso a “Drunken Master”, enorme successo di due anni precedente che consacra Jackie Chan nell’olimpo dei kung fu heroes e segna la svolta decisiva per la diffusione di un nuovo sottogenere, in cui si fondono arti marziali e slapstick. Quello italiano invece fa riferimento a una delle coreografie più spettacolari del film, in cui il ventaglio, usato come arma offensiva e difensiva, dà vita a composizioni armoniche degne di un’opera d’arte.
Passato alla Golden Harvest di Raymond Chow, per la seconda volta dietro la macchina da presa (l’esordio registico è “The Fearless Hyena” del 1979), il buon Jackie prosegue la sua opera di costruzione del genere kung fu comedy, preoccupandosi, piuttosto che di innovare, di consolidare quanto già maturato in passato.
In questa direzione vanno, infatti, la regia e la sceneggiatura, che possono essere definite di “grado zero”, poiché totalmente asservite all’azione. Non v’è traccia di pretese (o inclinazioni) di tipo estetico: basta solo che la macchina da presa catturi la lotta; i pochi movimenti, fisici o ottici (lo zoom abbonda, com’è giusto aspettarsi in questi casi) servono solo a ricalibrare l’inquadratura. Lo stesso discorso si può dire anche del soggetto: un canovaccio che inizia seguendo il repertorio consolidato delle rival schools (due scuole di arti marziali, una onesta e una corrotta, si sfidano in un funambolico duello con i costumi da dragoni) e poi vira sulla più classica delle commedie a scambio identitario (Jackie, ragazzo integerrimo, viene confuso di continuo per il suo amico cialtrone e ne paga sempre le conseguenze). Si tratta ovviamente di pretesti per mettere in scena le prodigiose coreografie del Nostro (qui assistito, come in tutto il primo periodo, dal grande Yuen Biao), realizzate con qualunque elemento scenografico e decorativo disponibile (ventagli, spade, panche, una pipa, un velo usato a mo’ di torero, ecc..), che raggiungono già uno stile pienamente e consapevolmente maturo. I dialoghi e qualche gag infantile spesso provocano lo sbadiglio, ma val la pena di passarci sopra per godere della forza performativa e acrobatica di simili esibizioni.
 
 
Il dvd della Mondo è l’equivalente di una vhs piratata di seconda mano, usata mille volte, graffiata e leggermente smagnetizzata. Solo italiano (col doppiaggio che potete immaginarvi…), senza neanche i sottotitoli per non udenti. Brr…

 Inventario: SBV 12811 Collocazione: VF CHANJ VEN

Tepepa »

di Giulio Petroni
con Tomas Milian, Orson Welles, John Steiner, Luciano Casamonica
Italia 1968
 
Circa una trentina/quarantina d’anni fa il cinema italiano ha vissuto un periodo in cui non era infrequente che una produzione cosiddetta “di serie B” potesse vantare almeno una delle seguenti categorie d’attori: future star internazionali ancora misconosciute (Klaus Kinski, Clint Eastwood); grandi interpreti provenienti dal cinema d’autore (Gian Maria Volontè, Enrico Maria Salerno, Fernando Rey); veterani giunti oltreoceano per rimpolpare la pensione (Jack Palance, James Mason) e addirittura vere e proprie leggende viventi trovatesi sul set non si sa bene come (Buster Keaton, Orson Welles). È proprio l’ombra dell’infernale Orson a troneggiare su “Tepepa”, spaghetti western “in salsa rossa” realizzato da Giulio Petroni. E, nonostante la ridotta presenza sullo schermo, la figura ingombrante del maestro – qui nel ruolo cucitogli su misura di un generale sanguinario e senza scrupoli – si sente tutta.
L’anno è il 1968 e non si può sbagliare: in quei tempi anche un cartone o un musical sarebbe risultato per forza di cose trozkista (ricordate Moretti?), terzomondista e barricadiero. Figuriamoci un western ambientato nel Messico dei primi del Novecento durante le lotte contro la dittatura militare. “Tepepa”, insomma, s’inserisce nel solco di titoli come “Quien sabe?” (1967), “Vamos a matar compañeros” (1970) e “Giù la testa” (1971), solo per citare i più famosi.
Opera leonina e leoniana, che tenta di coniugare il respiro epico con le pistolettate, i messaggi da Libretto rosso con l’istrionismo in odor di monnezza di Tomas Milian, senza però riuscirci appieno, perché Petroni rimane fin troppo schiavo della lezione di “Per un pugno di dollari”. Solo così si possono spiegare le lunghe sequenze in flashback (a volte estenuanti – soprattutto nella versione director’s cut) e i ralenty patemici che contornano la tragedia amorosa del dottor Price, abbastanza slegati dal contesto.
Petroni non ha né il potere lirico ed evocativo di Leone né la lucidità e il cinismo politico di Damiano Damiani, il risultato è però un bell’affresco sull’utopia della Rivoluzione con la R maiuscola in cui la vicenda messicana finisce per essere anche metafora dei dolori di casa nostra (il tricolore, del resto, è il medesimo).
Tomas Milian è qui già mito e leggenda. Basta osservare il modo studiato in cui si agghinda, degno della più navigata icona pop: bandana rossa, sandali stile yippie (ma anche piedi nudi) e sombrero con la cinghia tenuta su per il naso. Il travestimento sgargiante non deve farci distogliere l’attenzione dalle sue qualità recitative, che in questo caso può esprimere appieno perché non doppiato: Milian è stato uno dei talenti più sottovalutati del nostro passato cinematografico recente.
 

Da Nannucci (via Oberdan 7/C, Bologna) si può trovare l’edizione speciale dvd a 9.90 euro. Un vero lusso: video restaurato con scene eliminate, commento del regista e di Giona A. Nazzaro, cd audio con la colonna sonora di Ennio Morricone.

6 donne per l’assassino »

di Mario Bava

con Eva Bartok, Cameron Mitchell, Thomas Reiner, Arianna Gorini

Italia 1964

 

Il rosso e il nero. No, Bava non ha mai diretto una trasposizione del romanzo di Stendhal (magari l’avesse fatto, forse ne avrebbe ricavato maggior stima da parte dei critici dell’epoca). È che, come tutti sanno, il più grande master of horror italiano di sempre amava giocare soprattutto con le pennellate di colore, quasi fosse stato un pittore espressionista. E così accade che il titolo americano del film, “Blood and black lace”, finisca perfino per essere più efficace di quello originale, perché la tensione narrativa, il ritmo e la suspence si sviluppano soprattutto per contrappunti cromatici e tensioni luministiche.

Parlare oggi di un’opera dal valore storico così pregnante è quasi impossibile: è come scrivere un post striminzito su “Quarto potere”, senza esagerare, perché all’interno del genere thriller-horror Bava riveste un ruolo iconico e fondante almeno pari a quello di Welles. Basti dire che “L’uccello dalle piume di cristallo” è un remake (o un plagio?) non dichiarato di questo film. Per non accennare a tutti i serial killer cinematografici che cominceranno a bazzicare il mondo della moda da questo momento in poi. 

Rimane solo da far notare per l’ennesima volta come Bava prenda uno degli schemi più classici di whodunit, oltretutto nemmeno assistito da una sceneggiatura particolarmente brillante, e realizzi un prodotto artistico nel senso più puro del termine, in cui i movimenti di macchina virtuosistici e immersivi, la costruzione spaziale, il simbolismo del décor finiscono per divenire elementi predominanti in grado di cannibalizzare tutto il resto. Shock.

 

 

La Sala Borsa possiede un’edizione dvd americana curata da quei matti di Video watchdog, che forse tecnicamente non sarà il massimo (ma credo sia difficile ottenere buoni risultati da materiali di partenza simili), ma trasuda amore da ogni suo bit. Tra gli extra più curiosi alcuni vecchi trailer di Bava (tra cui quello de “Gli invasori”in cui compaiono le gemelle Kessler nel ruolo di due barbare danzatrici) e l’intervista a un incontenibile Cameron Mitchell che a un certo punto alza gli occhi al cielo e urla: “Mario! Where are you? Son of a bitch, I love you!”.

 Inventario: SBV 9526   Collocazione: VF BAVAM SEI

Metropolis »

di Rintaro
Giappone 2001
 
Lo spirito dell’“imperatore dei manga” (Osamu Tetzuka), il suo fedele vassallo (Rintaro) e quel ronin anarcoide che è Katsuhiro Otomo uniti nell’impresa quasi impossibile di dar corpo cinematografico a uno dei fumetti fondativi del genere fantascientifico giapponese. Liberissimo adattamento delle distopie langhiane (ma di cui trattiene più suggestioni di quante ci si aspetterebbe), delirio verticistico e verticale (raro caso in cui la narrazione non segue un vettore orizzontale, ma traiettorie perpendicolari: discese e risalite, elevazione fino alla vetta, ineluttabile caduta a picco finale), “Metropolis” non è né cyberpunk né steampunk, ma piuttosto steelpunk: l’età industriale vista dal futuro, il fordismo robotizzato, i grattacieli anni Trenta solcati dalle navicelle spaziali, il dixieland e il jazz nel regno dell’elettronica.
La disposizione cui tende ogni singola molecola filmica è quella dell’ibridismo, che raggiunge il massimo dell’ambiguità in quell’enigma (non) vivente che è il personaggio di Tima: arma di distruzione di massa con le sembianze di tenera figlioletta perduta, cuore artificiale che pulsa sentimenti umani, angelo sacrificale e demonio devastatore.
La storia porta a compimento la fusione di forze contrapposte che si uniscono non in una sintesi dialettica, bensì in una giustapposizione priva di razionalità o giustificazione logica. Naturale e sintetico, uomo e macchina, passato e presente, padre e figlio/a, amore e odio. E a livello stilistico: 2d e 3d, cell animation e computer graphic, rotondità vagamente disneiane di Tetsuka (ma gli automi sembrano venire dritti da “Laputa”) e spigolosità cibernetiche più care a Otomo (che nella sceneggiatura riversa molte delle sue ossessioni droniche). Gli opposti non si integrano né si conciliano, piuttosto convivono schizofrenicamente (chi si è lamentato della mancanza di amalgama tra disegno tradizionale e oggetti digitali non ha capito che si trattava di un effetto voluto).
Cos’è che può armonizzare irrazionalmente la diversità? L’abbraccio salvifico, totalizzante, spiazzante, espiatorio dell’amore. L’impossibilità di smettere d’amare (I can’t stop loving you…). L’unica soluzione e l’unico esito possibile.
 
Per una volta un’edizione dvd italiana succosa e straripante: due dischi, audio e video da urlo (tranquilli, c’è la traccia in giapponese), montagne di extra come interviste e backstage (tradotti un po’ goffamente in italiano), foto di scena e analisi dettagliata delle tecniche di animazione. Must.
 
 Inventario: SBV 11817   Collocazione: VF RINT MET 1-2

Batman: the movie »

Con questo post nasce una nuova rubrica, a periodicità rigorosamente irregolare e scostante, nella quale semplicemente scriverò dei dvd presi in prestito in Sala Borsa (per chi non lo sapesse la mega bibiloteca bolognese dove si trova di tutto e di più), con indicazioni su collocazione e inventario nel caso voleste recuperarli anche voi. Insomma, una mia personale selezione in cui cercherò come al solito di privilegiare i titoli più bizzarri e curiosi. I non felsinei stiano comunque tranquilli: i dvd in questione si trovano generalmente anche in commercio.  

 

di Leslie H. Martinson

con Adam West, Burt Ward

Usa 1966

 

Pow! Bang! Thud! Sbong! Ma soprattutto: Kitch! Camp! Pop! Psycho!

 

Corre voce che Federico Fellini apprezzasse questo film. E, a guardar bene, non è difficile crederlo. Con tutti i distinguo del caso e con le dovute proporzioni “Batman” classe ’66 è davvero un’opera felliniana. Goliardia fumettosa, parata carnascialesca, giostra psicotropa: giustamente dedicato ai “lovers of adventure, lovers of pure escapism, lovers of unadulterated entertainment, lovers of the ridiculous and the bizarre”, il film tratto dalla mitica serie televisiva con Adam West e Burt Ward è un degno monumento ai chiassosi e saturi anni Sessanta. Vette di demenza sfacciata, di comicità (in)volontaria, di sessualità serpeggiante (c’è pure il bondage!) e repressa (Robin ansimante!) che sono mille miglia lontane dalle prove, per quanto già abbondantemente grottesche e caricaturali, di un Joel Schumacher.

Ho appena scomodato Fellini: non contento tiro in ballo pure Lewis Carroll (sperando che nessuno si rivolti nella tomba…). Perché Gotham City è piuttosto una “stupefacente” Wonderland, in cui indovinelli assurdi suscitano risposte ancora più assurde (ma stranamente esatte), le leggi della logica e della verosimiglianza risultano sghembe e inclinate come le inquadrature e tutti sembrano agire sotto l’effetto di gas esilarante. Tra cartelli situazionistici, dialoghi da teatro dell’assurdo, slapstick puro (l’improponibile sequenza della bomba), visionarietà di costumi e scenografia si riesce incredibilmente a produrre sul serio “divertimento non adulterato”.

 

Il dvd è folle fin nei menù ed è infarcito di Bat-extra, tutti sottotitolati in italiano: commento audio di Adam West (che non si fa certo pregare) e Burt Ward, featurette (neanche qui West fa il timido…), intervista all’inventore della Batmobile, trailer e gallerie d’immagini.

 

 

Informazioni Sala Borsa Inventario: SBV 14037   Collocazione: F MARTLH BAT

 

Romanzo Criminale »

di Michele Placido
con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Anna Mouglalis, Stefano Accorsi, Jasmine Trinca
Italia / Francia / Gran Bretagna 2005
 
Se Placido avesse presentato questo film al Festival di Venezia, anziché “Ovunque sei”, avrebbe certamente suscitato una diversa reazione. In “Romanzo criminale” il gigionesco attore e regista riesce nel miracolo di tenere a freno eccessi stilistici imbarazzanti e sbrodoloni, in una tensione continua tra polizi(ott)esco e impegno civile, senza spingersi (quasi) mai troppo alto (verso l’opera d’autore) o troppo basso (verso la fiction televisiva). Cinema medio, appunto, (e non popolare, come si va affermando), in cui l’anonimità della regia non va interpretata come asservimento alla logica televisiva, ma come consapevole abdicazione nei confronti della realtà filmata. Qui è il romanzo di De Cataldo a farla da padrone, cosa che comporta anche dei difetti (eccessiva letterarietà di alcuni dialoghi), ma che è a conti fatti la salvezza dell’opera. Grazie a un robusto sostegno di sceneggiatura il film può concedersi un respiro ampio, mostrando il doppio filo che lega la storia ufficiale di uno dei ventenni più burrascosi del nostro passato recente con la storia nascosta e underground, in cui malavita, complotti parastatali e trame terroristiche sono strettamente interconnessi.
Naturalmente i difetti ci sono, alcuni d’interpretazione, ma ciò dipende dal fatto che il limitato parterre italiano cui attingere non è per nulla avvezzo a ruoli del genere: perfetti o quasi risultano solo Favino e Rossi Stuart, ma io ho un debole anche per Anna Mouglalis, che ci avrebbe guadagnato senza doppiaggio (magari nelle vesti di prostituta straniera….). Altri imputabili alla limitatezza dei mezzi (fintissimo l’attentato alla stazione di Bologna ricreato con effetti digitali). Altri ancora al fatto che Placido non può proprio trattenersi dal far irrompere di quando in quando l’epica nella cronaca, celebrata con musiche magniloquenti (ma altrove l’aspetto sonoro è più che azzeccato) e carrellate a effetto.
Ma probabilmente l’intenzione di Placido (che quanto a modelli ispiratori punta alto: Pasolini) era quella di scrivere una nuova epopea de borgata, la saga (anti)eroica di plebei della provincia che diventano imperatori del crimine romano. Eroi maledetti, col destino già segnato sin da ragazzini, condannati allo scacco perché vittime delle proprie debolezze (la superbia del Libanese, le passioni del Dandi, l’amore del Freddo). Una tragedia in tre atti in cui la catarsi arriva puntuale. Un racconto di (de)formazione, in cui anche la redenzione, quando c’è, (quella del Freddo) è irrisolta e drammatica e in cui commissari, emissari dello Stato, delinquenti e capimafia sono fatti tutti della stessa pasta fragile e passionale.
 
Il dvd, di ottima qualità sia audio che video, contiene anche qualche extra: il commento audio di Michele Placido e Giancarlo De Cataldo, un breve dietro le quinte, galleria fotografica e bibliografia. Questo succede quando ci si affida alla Warner e non, per fare un nome a caso, alla Cecchi Gori…
 
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