Per conoscere questo blog e chi è l'autore vai nella pagina Info.


L’uomo che amava le donne »

di François Truffaut
con Charles Denner, Brigitte Fossey, Leslie Caron
Francia 1977
 
Fosse stato ambientato interamente a Parigi e non a Montpellier (ma il protagonista viene dalla Capitale, ed è alla Capitale che ritornerà verso la fine del film) per “L’homme qui aimait les femmes” non si riuscirebbe a concepire una locandina più emblematica: una variazione sul tema del celebre manifesto di “Fantomâs”, con una leggiadra falcata femminile a troneggiare sopra i tetti de Paris in sostituzione del genio criminale.
L’ineffabile mantra di Bertrand Morane, “le gambe delle donne sono compassi che misurano il globo terrestre donandogli equilibrio e armonia”, esprime una concezione del mondo nient’affatto maschilista – e il protagonista non è per nulla un Don Giovanni nel senso classico –, semmai si tratta di una rivoluzione copernicana nel segno di Venere, un nuovo relativismo muliebre che erige il sesso femminile “a misura di tutte le cose”.
 
Bertrand Morane è un tecnico che studia le meccaniche dei fluidi e della materia gassosa sui veicoli di trasporto; s’interessa insomma di sottili e delicatissimi equilibri e d’impalpabili pressioni, di resistenze sulle superfici e di punti di rottura. Terminato il lavoro, il discorso non cambia: alla base del corteggiamento e dei rapporti di coppia ritroviamo gli stessi equilibrismi e il medesimo gioco di precisione. Solo che qui i conti spesso non tornano.
 
La magnifica ossessione di Morane – trasfigurata nel volto febbrile e languido dell’impareggiabile Charles Denner – è una ricerca ideale, un principio morale ed estetico, che non a caso sfocia quasi naturalmente nella sublimazione artistica. Difficile non cedere a un’interpretazione sul filo dell’autobiografismo e della (auto)riflessione sulla (settima) arte.
“L’homme qui aimait les femmes” è l’ennesimo film di Truffaut su quella droga che si chiama cinema, sulla calda amante di celluloide: un rinnovato effetto notte che sfuma in un nero mortuario. Quello del funerale di Morane: ultima sfilata, quasi fellinesque, di tutti quegli amori che hanno popolato, prima ancora che la vita, la (sua, nostra) fantasia.
 
Dvd minimalista, nessun extra ad eccezione del trailer (per giunta nella versione américain).

 Inventario: SBV 10639 ; Collocazione: VF TRUFF UOM

Operazione Canadian Bacon »

di Michael Moore
con John Candy, Rhea Perlman, Alan Alda
Usa 1994
 
L’unico lungometraggio di finzione realizzato, finora, da Micheal Moore è un pamphlet fantapolitico-demenziale in perfetta linea con le ossessioni del regista, quasi una sintesi in chiave farsesca delle sue produzioni passate e future. Il film inizia, infatti, con una fabbrica chiusa (“Roger and me”), i cui ex-dipendenti si suicidano per disperazione gettandosi dalle cascate del Niagara. Il proprietario è un mefistofelico produttore d’armi (“Bowling a Columbine”) che per tirare a campare necessita di una nuova Guerra fredda. Anche il Presidente degli Stati Uniti (un Alan Alda dal brillante understatement), che i sondaggi danno in costante calo di popolarità, si sente un po’ orfano dei “rossi”, facili capri espiatori con cui distogliere gli elettori dai reali problemi della nazione. Non avrà per caso intenzione di inventarsi una guerra, adducendo sconclusionate motivazioni sostenute da una menzognera campagna mediatica, per giustificare l’attacco contro un innocuo e ignaro paese (“Fahrenheit 9/11”)? E quale sarebbe il nemico che da sempre trama nell’oscurità ai danni degli Americani? Ma naturalmente il Canada! Nazione verso la quale Moore coltiva un’idealizzata venerazione (era modello di riferimento costante anche in “Bowling a Columbine”).
Molto più simile all’irriverenza cialtrona di “South Park: il film” che non all’acume satirico de “La Seconda Guerra civile americana” (solo per citare un gioiellino fantapolitico che fotografa con impietosa lucidità il lato oscuro statunitense), il film ha gioco facile nello sbertucciare la storica rivalità che da sempre infiamma i due co-inquilini di continente, aggredendo la landa dell’Acero a suon di stereotipi esattamente come il suo vicino a stelle e strisce.
In tempi non sospetti il corpulento agitatore del Michigan preconizzava la strategia della politica internazionale firmata George Bush Jr., dimostrando paradossalmente maggior lucidità con un opera dichiaratamente grottesca e di finzione piuttosto che con quell’impasto docu-propagandistico che è “Fahrenheit 9/11”. A sostituire la massa ballonzolante del regista troviamo le forme altrettanto pingui di un barbuto John Candy (quasi un alter-ego), qui nelle vesti di uno sceriffo “canadofobo”, più una serie di camei che ci riportano dritti dritti nell’universo comico anni Ottanta, da Jim Belushi, che non fa assolutamente nulla (probabilmente la sua parte sarà stata sforbiciata), a Dan Aykroyd che regala forse la gag più divertente di tutto il film (è un poliziotto canadese che obbliga John Candy, in virtù della legge sul bilinguismo dell’Ontario, a riscrivere anche in francese tutte le parolacce anti-Acero che adornano il furgone). Ma anche Moore si ritaglia un cameo. Indovinate in quale ruolo? Esatto, proprio quello del corpulento provocatore e aizzatore di folle.

Occhio, che il dvd è un semplice riversaggio da vhs, senza neanche la versione originale.

 Inventario: SBV 12348 Collocazione: VF MOORM OPE

Furyo »

di Nagisa Oshima
con David Bowie, Ryuichi Sakamoto, Tom Conti, Takeshi Kitano
Giappone / Gran Bretagna / Nuova Zelanda 1983
 
“Furyo” (ovvero “Merry Christmas Mr. Lawrence”) è un film che si sedimenta dentro lo spettatore, matura pian pianino, fino a germogliare di colpo, lasciando stupefatti.
 
“È stato come se Celliers con la sua morte piantasse un seme dentro Yonoi, che noi tutti potremo far crescere”, è la frase che pronuncia Mr. Lawrence durante il toccante commiato finale con il sergente Hara (un già immenso Takeshi, ancora né “Beat” né Kitano). Ed è soprattutto di questo che parla “Furyo”, anzi forse è soprattutto di questo che parla l’intera opera del poeta Oshima: l’Amore che sboccia dalla Morte, la nascita del sentimento in un ambiente violento e disumano. Allora tutto acquista improvvisamente un senso, anche ciò che a prima vista può sembrare criptico: Celliers sotterrato nella sabbia, la sua ciocca di capelli raccolta da Yonoi come fosse un petalo, il lepidottero notturno che si poggia sul suo volto ormai senza vita, a indicare che la metamorfosi è oramai compiuta. E, ancora prima, il modo in cui Celliers divora avidamente quei fiori rossi, oppure la presenza iperrealista di quel giardino rigoglioso nei flashback che lo riportano all’infanzia e la celeberrima colonna sonora dalla cadenza fanciullesca.
 
Oshima, così come in “Tabù – Gohatto”, non vuole realizzare un film storico o di guerra, ma semplicemente una storia d’amore (im)possibile, denunciando le costrizioni di una società repressiva e repressa che inibisce la libera espressione del sé, lanciando strali contro un Giappone gerarchizzato, formalizzato e castrante, ma anche (e più sottilmente) contro un Occidente altrettanto fondato sull’aridità e sul soffocamento delle emozioni. Nella speranza che il seme possa germogliare.
Il regista non avrebbe potuto scegliere incarnazioni più perfette dell’“alieno” David Bowie, essere androgino che cadde sulla Terra a portare scompiglio, e del suo perfetto contraltare Ryuichi Sakamoto, qui eretto a immagine e somiglianza di Yukio Mishima.
 
“Furyo” è un film che trasuda Amore più di quanto apparentemente possa lasciare intravedere.

Dvd essenziale, ovvero extra neanche a parlarne. Però il suo dovere lo fa: si vede e si sente bene.

 Inventario: SBV 15540 Collocazione: VF OSHIN FUR

Il ventaglio bianco (The Young Master) »

di Jackie Chan
con Jackie Chan, Yuen Biao, Pai Wei, Kien Shin, Feng Tien
Hong Kong 1980
 
Il titolo inglese fa il verso a “Drunken Master”, enorme successo di due anni precedente che consacra Jackie Chan nell’olimpo dei kung fu heroes e segna la svolta decisiva per la diffusione di un nuovo sottogenere, in cui si fondono arti marziali e slapstick. Quello italiano invece fa riferimento a una delle coreografie più spettacolari del film, in cui il ventaglio, usato come arma offensiva e difensiva, dà vita a composizioni armoniche degne di un’opera d’arte.
Passato alla Golden Harvest di Raymond Chow, per la seconda volta dietro la macchina da presa (l’esordio registico è “The Fearless Hyena” del 1979), il buon Jackie prosegue la sua opera di costruzione del genere kung fu comedy, preoccupandosi, piuttosto che di innovare, di consolidare quanto già maturato in passato.
In questa direzione vanno, infatti, la regia e la sceneggiatura, che possono essere definite di “grado zero”, poiché totalmente asservite all’azione. Non v’è traccia di pretese (o inclinazioni) di tipo estetico: basta solo che la macchina da presa catturi la lotta; i pochi movimenti, fisici o ottici (lo zoom abbonda, com’è giusto aspettarsi in questi casi) servono solo a ricalibrare l’inquadratura. Lo stesso discorso si può dire anche del soggetto: un canovaccio che inizia seguendo il repertorio consolidato delle rival schools (due scuole di arti marziali, una onesta e una corrotta, si sfidano in un funambolico duello con i costumi da dragoni) e poi vira sulla più classica delle commedie a scambio identitario (Jackie, ragazzo integerrimo, viene confuso di continuo per il suo amico cialtrone e ne paga sempre le conseguenze). Si tratta ovviamente di pretesti per mettere in scena le prodigiose coreografie del Nostro (qui assistito, come in tutto il primo periodo, dal grande Yuen Biao), realizzate con qualunque elemento scenografico e decorativo disponibile (ventagli, spade, panche, una pipa, un velo usato a mo’ di torero, ecc..), che raggiungono già uno stile pienamente e consapevolmente maturo. I dialoghi e qualche gag infantile spesso provocano lo sbadiglio, ma val la pena di passarci sopra per godere della forza performativa e acrobatica di simili esibizioni.
 
 
Il dvd della Mondo è l’equivalente di una vhs piratata di seconda mano, usata mille volte, graffiata e leggermente smagnetizzata. Solo italiano (col doppiaggio che potete immaginarvi…), senza neanche i sottotitoli per non udenti. Brr…

 Inventario: SBV 12811 Collocazione: VF CHANJ VEN

6 donne per l’assassino »

di Mario Bava

con Eva Bartok, Cameron Mitchell, Thomas Reiner, Arianna Gorini

Italia 1964

 

Il rosso e il nero. No, Bava non ha mai diretto una trasposizione del romanzo di Stendhal (magari l’avesse fatto, forse ne avrebbe ricavato maggior stima da parte dei critici dell’epoca). È che, come tutti sanno, il più grande master of horror italiano di sempre amava giocare soprattutto con le pennellate di colore, quasi fosse stato un pittore espressionista. E così accade che il titolo americano del film, “Blood and black lace”, finisca perfino per essere più efficace di quello originale, perché la tensione narrativa, il ritmo e la suspence si sviluppano soprattutto per contrappunti cromatici e tensioni luministiche.

Parlare oggi di un’opera dal valore storico così pregnante è quasi impossibile: è come scrivere un post striminzito su “Quarto potere”, senza esagerare, perché all’interno del genere thriller-horror Bava riveste un ruolo iconico e fondante almeno pari a quello di Welles. Basti dire che “L’uccello dalle piume di cristallo” è un remake (o un plagio?) non dichiarato di questo film. Per non accennare a tutti i serial killer cinematografici che cominceranno a bazzicare il mondo della moda da questo momento in poi. 

Rimane solo da far notare per l’ennesima volta come Bava prenda uno degli schemi più classici di whodunit, oltretutto nemmeno assistito da una sceneggiatura particolarmente brillante, e realizzi un prodotto artistico nel senso più puro del termine, in cui i movimenti di macchina virtuosistici e immersivi, la costruzione spaziale, il simbolismo del décor finiscono per divenire elementi predominanti in grado di cannibalizzare tutto il resto. Shock.

 

 

La Sala Borsa possiede un’edizione dvd americana curata da quei matti di Video watchdog, che forse tecnicamente non sarà il massimo (ma credo sia difficile ottenere buoni risultati da materiali di partenza simili), ma trasuda amore da ogni suo bit. Tra gli extra più curiosi alcuni vecchi trailer di Bava (tra cui quello de “Gli invasori”in cui compaiono le gemelle Kessler nel ruolo di due barbare danzatrici) e l’intervista a un incontenibile Cameron Mitchell che a un certo punto alza gli occhi al cielo e urla: “Mario! Where are you? Son of a bitch, I love you!”.

 Inventario: SBV 9526   Collocazione: VF BAVAM SEI

Metropolis »

di Rintaro
Giappone 2001
 
Lo spirito dell’“imperatore dei manga” (Osamu Tetzuka), il suo fedele vassallo (Rintaro) e quel ronin anarcoide che è Katsuhiro Otomo uniti nell’impresa quasi impossibile di dar corpo cinematografico a uno dei fumetti fondativi del genere fantascientifico giapponese. Liberissimo adattamento delle distopie langhiane (ma di cui trattiene più suggestioni di quante ci si aspetterebbe), delirio verticistico e verticale (raro caso in cui la narrazione non segue un vettore orizzontale, ma traiettorie perpendicolari: discese e risalite, elevazione fino alla vetta, ineluttabile caduta a picco finale), “Metropolis” non è né cyberpunk né steampunk, ma piuttosto steelpunk: l’età industriale vista dal futuro, il fordismo robotizzato, i grattacieli anni Trenta solcati dalle navicelle spaziali, il dixieland e il jazz nel regno dell’elettronica.
La disposizione cui tende ogni singola molecola filmica è quella dell’ibridismo, che raggiunge il massimo dell’ambiguità in quell’enigma (non) vivente che è il personaggio di Tima: arma di distruzione di massa con le sembianze di tenera figlioletta perduta, cuore artificiale che pulsa sentimenti umani, angelo sacrificale e demonio devastatore.
La storia porta a compimento la fusione di forze contrapposte che si uniscono non in una sintesi dialettica, bensì in una giustapposizione priva di razionalità o giustificazione logica. Naturale e sintetico, uomo e macchina, passato e presente, padre e figlio/a, amore e odio. E a livello stilistico: 2d e 3d, cell animation e computer graphic, rotondità vagamente disneiane di Tetsuka (ma gli automi sembrano venire dritti da “Laputa”) e spigolosità cibernetiche più care a Otomo (che nella sceneggiatura riversa molte delle sue ossessioni droniche). Gli opposti non si integrano né si conciliano, piuttosto convivono schizofrenicamente (chi si è lamentato della mancanza di amalgama tra disegno tradizionale e oggetti digitali non ha capito che si trattava di un effetto voluto).
Cos’è che può armonizzare irrazionalmente la diversità? L’abbraccio salvifico, totalizzante, spiazzante, espiatorio dell’amore. L’impossibilità di smettere d’amare (I can’t stop loving you…). L’unica soluzione e l’unico esito possibile.
 
Per una volta un’edizione dvd italiana succosa e straripante: due dischi, audio e video da urlo (tranquilli, c’è la traccia in giapponese), montagne di extra come interviste e backstage (tradotti un po’ goffamente in italiano), foto di scena e analisi dettagliata delle tecniche di animazione. Must.
 
 Inventario: SBV 11817   Collocazione: VF RINT MET 1-2

Batman: the movie »

Con questo post nasce una nuova rubrica, a periodicità rigorosamente irregolare e scostante, nella quale semplicemente scriverò dei dvd presi in prestito in Sala Borsa (per chi non lo sapesse la mega bibiloteca bolognese dove si trova di tutto e di più), con indicazioni su collocazione e inventario nel caso voleste recuperarli anche voi. Insomma, una mia personale selezione in cui cercherò come al solito di privilegiare i titoli più bizzarri e curiosi. I non felsinei stiano comunque tranquilli: i dvd in questione si trovano generalmente anche in commercio.  

 

di Leslie H. Martinson

con Adam West, Burt Ward

Usa 1966

 

Pow! Bang! Thud! Sbong! Ma soprattutto: Kitch! Camp! Pop! Psycho!

 

Corre voce che Federico Fellini apprezzasse questo film. E, a guardar bene, non è difficile crederlo. Con tutti i distinguo del caso e con le dovute proporzioni “Batman” classe ’66 è davvero un’opera felliniana. Goliardia fumettosa, parata carnascialesca, giostra psicotropa: giustamente dedicato ai “lovers of adventure, lovers of pure escapism, lovers of unadulterated entertainment, lovers of the ridiculous and the bizarre”, il film tratto dalla mitica serie televisiva con Adam West e Burt Ward è un degno monumento ai chiassosi e saturi anni Sessanta. Vette di demenza sfacciata, di comicità (in)volontaria, di sessualità serpeggiante (c’è pure il bondage!) e repressa (Robin ansimante!) che sono mille miglia lontane dalle prove, per quanto già abbondantemente grottesche e caricaturali, di un Joel Schumacher.

Ho appena scomodato Fellini: non contento tiro in ballo pure Lewis Carroll (sperando che nessuno si rivolti nella tomba…). Perché Gotham City è piuttosto una “stupefacente” Wonderland, in cui indovinelli assurdi suscitano risposte ancora più assurde (ma stranamente esatte), le leggi della logica e della verosimiglianza risultano sghembe e inclinate come le inquadrature e tutti sembrano agire sotto l’effetto di gas esilarante. Tra cartelli situazionistici, dialoghi da teatro dell’assurdo, slapstick puro (l’improponibile sequenza della bomba), visionarietà di costumi e scenografia si riesce incredibilmente a produrre sul serio “divertimento non adulterato”.

 

Il dvd è folle fin nei menù ed è infarcito di Bat-extra, tutti sottotitolati in italiano: commento audio di Adam West (che non si fa certo pregare) e Burt Ward, featurette (neanche qui West fa il timido…), intervista all’inventore della Batmobile, trailer e gallerie d’immagini.

 

 

Informazioni Sala Borsa Inventario: SBV 14037   Collocazione: F MARTLH BAT

 

Godzilla e Godzilla il re dei mostri »

“Godzilla”

di  Inoshiro Honda

con  Takashi Shimura, Akira Takarada, Momoko Kochi

Giappone 1954

 

Il primo “Godzilla”, classe 1954, comincia con un avviso: il film è patrocinato dal Dipartimento per la sicurezza marittima giapponese. Di primo acchito la cosa può far sorridere, ma, riflettendoci un po’, non pare poi così strano. Se non ci fossero le sequenze in cui compare il mostro gigante,  “Godzilla” sarebbe uno dei più realistici film sulla Seconda guerra mondiale. Gli attacchi che sorprendono le navi al largo potrebbero benissimo essere dovuti a bombardamenti nemici. Vediamo le vittime, le macerie, le evacuazioni, le contaminazioni radioattive; ascoltiamo i canti pacifisti dei fanciulli,  le sirene d’allarme e i messaggi d’allerta radiofonici. Sui dialoghi pare gravare continuamente  il dolore di chi  è sopravvissuto a qualcosa di terribile e sa che questo qualcosa potrebbe ripresentarsi da un momento all’altro (ad esempio si accenna a Nagasaki e a un avvelenamento radioattivo di tonni, episodio realmente accaduto in quel periodo). Lo stile, peraltro, è perfettamente documentaristico: riprese oggettive, ricostruzione attraverso testimonianze e così via.

Ma, naturalmente, il mostrone c’è eccome, ed ecco quindi che si compie la storia del kaiju eiga. Il budget non è poi così limitato come potrebbe sembrare a prima vista e i mezzi dispiegati sono possenti, quantunque artigianali. Estremamente convincenti gli effetti speciali (negli anni a venire anzi si avranno risultati più abborracciati), soprattutto nella rappresentazione della furia distruttrice di Godzilla su Tokyo: interi quartieri riprodotti in miniatura con fedeltà certosina, finanche nelle intelaiature dei palazzi che si sbriciolano al suolo (un amico parlerebbe di “resa materica dei modellini”).

È scontato dire che si tratta di un film seminale. Certi passaggi narrativi saranno riciclati fino alla nausea dagli epigoni del genere: i presagi iniziali, la profezia del vecchio saggio, le parate dei mezzi dell’esercito. Ma vale la pena citare soprattutto la figura dello scienziato tormentato dal senso di colpa e roso da dilemmi etici: una fra le più carismatiche viste in questo tipo di film.

 

 

 

“Godzilla il re dei mostri”

di  Inoshiro Honda, Terry Morse

con  Takashi Shimura, Akira Takarada, Momoko Kochi, Raymond Burr
Giappone/Usa 1956

Nel box set edito dalla Cecchi Gori, oltre alla versione originale giapponese, è presente, come unico extra, anche un secondo disco con “Godzilla il re dei mostri”: la versione rimaneggiata del film destinata al mercato estero (Italia compresa). Accorciato, tagliuzzato, rimontato con inserti girati arbitrariamente da Terry Morse: è praticamente un altro film. La storia è la stessa, ma cambia completamente la focalizzazione: è quella di un testimone occidentale (un giornalista di nome Steve Martin – e qui sì che viene da sorridere –  capitato lì per caso), che, con un’invasiva e fastidiosa foce off , si fa “mediatore”,  per noi poveri gaijin, di avvenimenti che evidentemente erano ritenuti troppo culturalmente connotati per essere compresi.  

Davvero strano: è come se l’intero racconto fosse visto di lato.

 Inventario: SBV 12790 Collocazione: VF GODZI GOD 1

 

La porta sul buio »

di Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti

con Enzo Cerusico, Marilù Tolo, Gianfranco d’Angelo, Mara Venier, Aldo Reggiani

Italia 1973


la kitchissima copertina del dvdSentivo puzza di trash già mentre rimestavo nel mobiletto dei dvd riservati al prestito in Sala Borsa. A un certo punto mi capita per le mani questo doppio dvd tedesco dalla misteriosa scritta “Dario Argento’s Door into Darkness”, cartonato e booklettato (però, i tedeschi se ne intendono di packaging), con una grafica che rimanda direttamente all’estetica kitch anni ’70.

Insomma, i segnali d’allarme c’erano tutti, ma io, con notevole sprezzo del pericolo, ho agguantato la copia incurante di ciò cui andavo incontro.

L’oggetto in questione, consigliato esclusivamente ai malati argentofili, non è altro che una serie tv in quattro episodi commissionata dalla Rai alla squadra di Argento nel 1973 (“Ti piace Hitchcock?” dunque non rappresenta certo una novità).

La televisione italiana affidò all’(allora) nastro nascente del new horror tricolore il compito di svecchiare il moscio e ingessato palinsesto televisivo dell’epoca con qualcosa di moderno e innovativo. Operazione purtroppo destinata a fallire sul nascere, vista la cappa opprimente di limitazioni e censure – alcune al limite della malattia mentale, tipo vietare i coltelli perché “rappresentano simboli fallici” – che imbavagliò la creatività dei realizzatori, costretti spesso a sviluppare soluzioni narrative ridicole.

Il risultato è un parto mal riuscito, un esempio di  kitch che non ha neanche il coraggio di esserlo fino in fondo, per di più invecchiato malamente (certe scelte di “montaggio schizofrenico” sono oggi veramente improponibili).

Se gli episodi girati e scritti direttamente da Dario Argento, “Il tram” (idea originale e interpretazione simpatica di Enzo Cerusico) e “Il Testimone oculare” (che è attribuito a Roberto Pariante, ma che in realtà venne realizzato interamente da Argento), conservano ancora, annacquate e banalizzate, alcune suggestioni dei primi gialli cinematografici del regista, le altre due puntate, “Il vicino di casa” (scritto e diretto da Luigi Cozzi) e “La bambola” (di Mario Foglietti) sono insapori e incolori.

Nell’ultimo addirittura c’è Gianfranco d’Angelo che fa l’ispettore col raffreddore e Mara Venier che fa la psicotica, vedete un po’ voi.

 


 Inventario: SBV 11093 Collocazione: VTEL ARGED DOO 1

 

Dodes’ka-Den »

di Akira Kurosawa
con Yoshitaka Zushi, Noboru Mitoni, Hiroshi Agutagawa
Giappone 1970

Bizzarra umanità si affolla in una bidonville ai margini di Tokyo. Scandendo l’onomatopeico “Dodes’ka-Den”, il povero Rokuchan, che crede davvero di stare guidando un tram, ci porta a visitare i molti personaggi che popolano le baracche e sopravvivono di espedienti: ubriaconi, malati, falliti, accattoni.
Uno “Brutti, sporchi e cattivi” meno brutto, meno sporco e meno cattivo. Più fiabesco e lirico, come ci aspetteremmo da Akira Kurosawa, laddove l’aspetto favolistico è dato in larga parte dall’uso antinaturalistico del colore. “Dodes’ka-Den”, infatti, è il primo film di Kurosawa girato a colori e quindi il maestro si lascia andare, forse più che altrove, a sfoghi pittorici e compiacimenti visivi. I singoli ritratti – che traggono spunto da un racconto di Shuguro Yamamoto – hanno più precisamente il tono del racconto morale, della parabola dal risvolto ideologico, e giocano sul ribaltamento grottesco e surreale: il senzatetto che fantastica assieme al figlio di costruire un palazzo avveniristico, il suicida che desiste all’ultimo momento perché nei suoi ricordi possano continuare a vivere i suoi cari, il derubato che aiuta un ladro offrendogli del denaro e invitandolo a tornare di nuovo, solo per citarne alcuni.
Ma è anche uno sguardo amaro e dolente su un’umanità derelitta, che gira alla cieca nel più completo abbandono. Tutti i personaggi, nessuno escluso, sono dei “perdenti”. Imbecilli, depressi, sfruttati, umiliati: ciascuno di loro è incapace di affrontare la realtà e si accontentano di vivere di sbieco la vita. Nei discorsi aleggia spesso lo spettro della guerra, mostro che sconvolge gli equilibri esistenziali e psicologici e fa a pezzi ogni brandello di normalità.

 Inventario: SBV 8227 Collocazione: VF KUROA DOD

 

« Precedente