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Far East Film Festival – Sabato 29 aprile »

Cacchio, tre giorni passano così in fretta. Nel gran finale compare qualche titolo interessante, ma nel complesso quest’ultimo terzo di festival (ma anche l’intera edizione, a detta di tutti) manca di un vero capolavoro in grado di imporsi sopra una patina di generale mediocrità.
 
- Bystanders di Im Kyung-soo, Corea del Sud 2005
 
Anche con tutte le attenuanti del caso (sono arrivato in ritardo, ero ancora mezzo addormentato) “Bystanders” è davvero l’thriller coreano senza arte né parte. Una poliziotta single (ma con nipote a carico) indaga sull’omicidio di un ragazzino, sotto il quale si annidano bullismo (di nuovo: è una fissa in Corea) e disagi familiari. Tutto già visto e anche un po’ noioso. C’è la diva di “Lost”.
 
- Superkid di Cha Chuen-yee, Hong Kong 2006
 
“Superkid” è un film per bambini. Magari piacerà a loro, certo non a me. Bambini vengono nutriti con OGM e diventano supergeni e assi del kung fu, ma ciò che desiderano veramente è la felicità familiare (???). Dieci minuti, e mi sono sembrati anche troppi.
 
- You are my sunshine di Park Jin-pyo, Corea del Sud 2005
 
Tipico esempio d’impasto tra generi come solo i coreani sanno fare, “You are my sunshine” è una commedia romantica campagnola con gag sull’ingenuità contadina al livello di “un ragazzo di campagna” di pozzettiana memoria. Ma poi vira improvvisamente sul dramma estremo, che spalanca la porta a AIDS, prostituzione e carcere. Insospettabili momenti forti (il bellissimo incontro in carcere tra i due innamorati) e grandi protagonisti.
 
- Hello Yasothorn di Petchthai Wongkamlao, Tailandia 2005
 
Un musical thailandese, quindi: colori sgranati, cieli e laghi verdi, battutacce e situazioni folli. La storia è quella di sempre: due amanti ostacolati dai genitori di lei perché lui è povero. Ma è solo un pretesto infarcire il tutto con musichette e gag. Non si raggiungono le vette sperimentali e avanguardistiche di “Bangkok loco”: qui è più che altro ordinaria amministrazione. C’è pure un equivalente della celebre scenetta di “Totò, Peppino e la malafemmina”, e la battuta più bella di tutto il festival: “my sperm in meaningless”, pronunciato dal protagonista che si crede abbandonato dall’amata.
 
- Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-hyun, Corea del Sud 2005
 
Guerra di Corea. In un villaggio sperduto nel bosco dove il tempo sembra essersi fermato approdano due soldati sudcoreani, tre nordcoreani e un aviatore americano il cui aereo è precipitato nelle vicinanze. L’atmosfera magica del luogo, che non conosce né armi né guerre, riuscirà a sciogliere le tensioni anche tra nemici così agguerriti. Uno dei cinque più grandi incassi coreani di tutti i tempi, “Welcome to Dongmakgol” è un blockbuster con l’anima, pieno di visioni fantastiche (il popcorn che piove dal cielo, un cinghiale portentoso), con un forte messaggio pacifista al di sopra delle parti (nessuna propaganda anticoreana, qui sono gli americani a non fare una bella figura). Risente un po’ troppo dell’“effetto La vita è bella”, certi passaggi sono troppo sdolcinati e certe cose erano state dette meglio da “Joint Security Area”, ma nel complesso un buon film, il vincitore scontato del premio del pubblico.
 
- Always: Sunset on third street di Yamazaki Takashi, Giappone 2005

Com’erano belli gli Anni ’50… Il secondo classificato nell’Audience Award di quest’edizione è una rivisitazione nostalgica (e un po’ oleografica) dei bei vecchi tempi andati, una sorta di “Radio days” nipponico, solo che qui è la televisione a dominare i pensieri del bambino protagonista. Buona la prima parte dai toni semplici e leggeri da commedia (l’incacchiatura del signor Suzuki), poi finisce per prendere il sopravvento la componente melodrammatica e si colpisce basso alla ghiandola lacrimale. Lodevole comunque la meticolosa ricostruzione scenografica. Uno dei più grandi successi di questa stagione in patria.

Far East Film Festival – Venerdì 28 aprile »

- Cocktail di Herman Yau & Longisland SO, Hong Kong 2006
 
Varia umanità si incrocia in un locale notturno. Amori, gelosie, infanzia difficile: ma la vita torna a sorridere tra una birra e un gin tonic. Patinato nella confezione, glamour nella composizione, kitch nello stille (ralenty e fermofotogrammi a iosa), “Coktail” è quel genere di film che vuole "piacere" a tutti i costi e cerca sorrisi e lacrime facili. Carino, niente di più.
 
- Sa-kwa di kang Yi-kwan, Corea del Sud 2005
 
Il cinema coreano viviseziona i rapporti di coppia con precisione anatomica. “Sa-kwa” mettendo in scena la nascita di un matrimonio e la sua crisi realizza un affresco sul male di vivere metropolitano. Una regia puntuale e un’interpretazione autentica degli attori non salvano il film da pesantezza e staticità di tono (acuita dal moltipicarsi dei finali, il tratto caratteristico di questa edizione).
 
- Ski jumping pairs: road to Torino di Kobayashi Misaki e Mashima Richiro, Giappone 2006
 
Le mie prime risate al Far East. Si fatica a credere che qualcuno abbia potuto concepire un’idea simile: realizzare un documentario finto su una finta disciplina olimpica, ovvero il salto con gli sci a coppie, mescolando tecniche di ripresa pseudodocumentarie con tecniche digitali per le performance atletiche. Momenti di puro e irresistibile nonsense (le coreografie più improbabili e irrealizzabili) per un film non totalmente privo di senso. Un inno gioioso e giocoso all’impossibile.
 
- Loach is fish too di Yang Yazhou, Cina 2005
 
Loach a quanto pare vuol dire "pesce barometro" (un pesce poco pregiato), ma chi sa che il titolo non celi un richiamo anche al celebre regista inglese. Qui più che con proletariato operaio abbiamo a che fare con il sotto-sottoproletariato che tenta di sopravvivere negli interstizi di una caotica Pechino. Il film descrive un percorso comune: poveri contadini che emigrano nella capitale per cercare fortuna. Denuncia di stampo neorealista unita a uno stile patemico (i dolly che si stagliano sulla massa indistinta dei lavoratori). In ogni caso un’opera doverosa, a tratti commovente. Un "Qu Ju" aggiornato al nuovo millennio capitalista cinese.
 
- Nana di Otani Kentaro, Giappone 2005
 
Tratto da un manga che tutti gli adolescenti giapponesi conoscono (ma anche molti italiani), “Nana” è un adattamento live action che è pura prammatica. Leggero, fresco, colorato, ma totalmente fatuo e innocuo. I 113 minuti scorrono piacevoli, tra una canzonetta jpop e una mossetta della protagonista, a patto di non pretendere nulla di più.
 
- Tokyo Zombi di Sato Sakichi, Giappone 2005
 

Cosa si può dire di un film del genere? Anarchia allo stato puro, Tadanobu Asano e Sho Aikawa che abbattono zombie a suon di jujitsu, un monte Fuji radioattivo e coperto di immondizia, una Tokyo postapocalittica con centrali elettriche "umane", colori, acconciature (l’improbabile parrucca afro di Asano…) e musica anni ‘70. Un gioco cinefilo, soprattutto, con una perfetta ricostruzione della fotografia "sporca" del cinema di genere seventies, effetti speciali della migliore tradizione splatter e modellini che vengono dai kaiju eiga. Non per tutti i gusti, ma almeno un piatto inusuale. 

 

Far East Film Festival – Giovedì 27 aprile »

Deludente mia prima giornata all’ottavo Far East Film Festival. Di scena l’“Horror day”, ma l’unica opera degna di nota viene dal passato.
 
- The Imp di Dennis Yu, Hong Kong 1981
 
Da uno dei principali esponenti della new wave hongkonghese un film anomalo che comincia come dramma dai risvolti sociali (protagonista disoccupato con moglie incinta), ma diventa ben presto un horror visionario, in cui l’inventiva sopperisce all’artigianalità dei mezzi. A inquietare, più che i singoli elementi, è l’atmosfera d’insieme che si riesce a creare. Tra riferimenti al coevo cinema americano e situazioni surreali e slegate dal contesto, un prodotto pop decisamente anni ‘80.
 
- Beneath the Cogon di Rico Maria Ilarde, Filippine 2005
 
Sconosco totalmente il cinema filippino. Sarà pure vero che si tratta di una realtà inventiva  e vulcanica, ma di certo questo film non ne fa parte. Operetta girata in digitale che mescola pulp (con dialoghi molto pulp, pure troppo: un delinquente la cui moglie è scappata con un indonesiano chiede prima di morire: "ma gli indonesiani hanno il cazzo grosso?") a horror tenuti insieme da una storia d’amore. Ma quello che conta è il modo in cui tutto ciò viene girato: più che artigianale, più che ridicolo, più che trash. Non ci si crede.
 
-  Aquarium di Rico Maria Ilarde, Filippine
 
“Aquarium” è un corto realizzato per un film a episodi dallo stesso regista di “Beneath the Cogon”. La trama è incentrata su un acquario maledetto che vuole sterminare una famiglia. E ho detto tutto. Non riesco ancora a spiegarmi perché l’abbia visto.
 
- The Heirloom di Leste Chen, Taiwan 2005
 
Visivamente interessante, "The Heirloom" attinge dal repertorio ricorrente della "casa infestata", filtrato attraverso il folklore taiwanese. Leggenda vuole che sia possibile "allevare" spiritelli cibandosi di feti di bebé (che schifo). Il gioco della messa a fuoco e della profondità di campo è funzionale alla resa di una realtà multiprospettica e al confine col mondo sovrannaturale, ma una buona fotografia non basta a ravvivare l’interesse per una trama che finisce per assottigliarsi su se stessa in una sequela di estenuanti finali. Gran gnocca la protagonista (presente in sala con abitino striminzito).
 
- Voice di Choi Equan, Corea del Sud 2005

L’idea di partenza è interessante (anche se non del tutto originale): raccontare una ghost story dal punto di vista dello spettro. Ma lo svolgimento è intricato e ampolloso e al posto della paura si prova noia.

Rob al Far East Film Festival 2006 – Live from Udine »

Finalmente. Domani (sveglia alle 6 di mattina) Rob parte alla volta di Udine e spera di godersi questi ultimi scampoli di Far East Film Festival. È la mia prima volta: sono ansioso e un po’ commosso. Molta roba bella ormai è già passata, ma mi auguro che il FFF abbia ancora qualche carta da giocare: l’Horror day (che però quest’anno non mi ispira particolarmente) e qualcuno dei soliti succosi e attesissimi blockbuster (“Tokio Zombie”, “Welcome to Dongmakgol” e “Nana”, per esempio). Staremo a vedere.
In ogni caso ho già preparato uno scompartimento speciale nella valigia per i dvd d’importazione.
Kekkoz (un collega che segue in diretta la manifestazione e a cui ho gentilmente fregato l’immagine qui di fianco) si è fatto la foto con l’amico cicciotto di Stephen Chow: io devo scovare qualcuno d’almeno altrettanto sensazionale (magari la suocera di Johnny To).
Se troverò un internet point su cui sfogarmi vi inonderò con qualche cacchiatella a caldo. Stay tuned.