Far East Film Festival – Sabato 29 aprile »
Anche con tutte le attenuanti del caso (sono arrivato in ritardo, ero ancora mezzo addormentato) “Bystanders” è davvero l’thriller coreano senza arte né parte. Una poliziotta single (ma con nipote a carico) indaga sull’omicidio di un ragazzino, sotto il quale si annidano bullismo (di nuovo: è una fissa in Corea) e disagi familiari. Tutto già visto e anche un po’ noioso. C’è la diva di “Lost”.
Tipico esempio d’impasto tra generi come solo i coreani sanno fare, “You are my sunshine” è una commedia romantica campagnola con gag sull’ingenuità contadina al livello di “un ragazzo di campagna” di pozzettiana memoria. Ma poi vira improvvisamente sul dramma estremo, che spalanca la porta a AIDS, prostituzione e carcere. Insospettabili momenti forti (il bellissimo incontro in carcere tra i due innamorati) e grandi protagonisti.
coreani di tutti i tempi, “Welcome to Dongmakgol” è un blockbuster con l’anima, pieno di visioni fantastiche (il popcorn che piove dal cielo, un cinghiale portentoso), con un forte messaggio pacifista al di sopra delle parti (nessuna propaganda anticoreana, qui sono gli americani a non fare una bella figura). Risente un po’ troppo dell’“effetto La vita è bella”, certi passaggi sono troppo sdolcinati e certe cose erano state dette meglio da “Joint Security Area”, ma nel complesso un buon film, il vincitore scontato del premio del pubblico.Com’erano belli gli Anni ’50… Il secondo classificato nell’Audience Award di quest’edizione è una rivisitazione nostalgica (e un po’ oleografica) dei bei vecchi tempi andati, una sorta di “Radio days” nipponico, solo che qui è la televisione a dominare i pensieri del bambino protagonista. Buona la prima parte dai toni semplici e leggeri da commedia (l’incacchiatura del signor Suzuki), poi finisce per prendere il sopravvento la componente melodrammatica e si colpisce basso alla ghiandola lacrimale. Lodevole comunque la meticolosa ricostruzione scenografica. Uno dei più grandi successi di questa stagione in patria.
Far East Film Festival – Venerdì 28 aprile »
Varia umanità si incrocia in un locale notturno. Amori, gelosie, infanzia difficile: ma la vita torna a sorridere tra una birra e un gin tonic. Patinato nella confezione, glamour nella composizione, kitch nello stille (ralenty e fermofotogrammi a iosa), “Coktail” è quel genere di film che vuole "piacere" a tutti i costi e cerca sorrisi e lacrime facili. Carino, niente di più.
Le mie prime risate al Far East. Si fatica a credere che qualcuno abbia potuto concepire un’idea simile: realizzare un documentario finto su una finta disciplina olimpica, ovvero il salto con gli sci a coppie, mescolando tecniche di ripresa pseudodocumentarie con tecniche digitali per le performance atletiche. Momenti di puro e irresistibile nonsense (le coreografie più improbabili e irrealizzabili) per un film non totalmente privo di senso. Un inno gioioso e giocoso all’impossibile.
Tratto da un manga che tutti gli adolescenti giapponesi conoscono (ma anche molti italiani), “Nana” è un adattamento live action che è pura prammatica. Leggero, fresco, colorato, ma totalmente fatuo e innocuo. I 113 minuti scorrono piacevoli, tra una canzonetta jpop e una mossetta della protagonista, a patto di non pretendere nulla di più.Cosa si può dire di un film del genere? Anarchia allo stato puro, Tadanobu Asano e Sho Aikawa che abbattono zombie a suon di jujitsu, un monte Fuji radioattivo e coperto di immondizia, una Tokyo postapocalittica con centrali elettriche "umane", colori, acconciature (l’improbabile parrucca afro di Asano…) e musica anni ‘70. Un gioco cinefilo, soprattutto, con una perfetta ricostruzione della fotografia "sporca" del cinema di genere seventies, effetti speciali della migliore tradizione splatter e modellini che vengono dai kaiju eiga. Non per tutti i gusti, ma almeno un piatto inusuale.
Far East Film Festival – Giovedì 27 aprile »
Deludente mia prima giornata all’ottavo Far East Film Festival. Di scena l’“Horror day”, ma l’unica opera degna di nota viene dal passato.
Visivamente interessante, "The Heirloom" attinge dal repertorio ricorrente della "casa infestata", filtrato attraverso il folklore taiwanese. Leggenda vuole che sia possibile "allevare" spiritelli cibandosi di feti di bebé (che schifo). Il gioco della messa a fuoco e della profondità di campo è funzionale alla resa di una realtà multiprospettica e al confine col mondo sovrannaturale, ma una buona fotografia non basta a ravvivare l’interesse per una trama che finisce per assottigliarsi su se stessa in una sequela di estenuanti finali. Gran gnocca la protagonista (presente in sala con abitino striminzito).L’idea di partenza è interessante (anche se non del tutto originale): raccontare una ghost story dal punto di vista dello spettro. Ma lo svolgimento è intricato e ampolloso e al posto della paura si prova noia.
Rob al Far East Film Festival 2006 – Live from Udine »
Finalmente. Domani (sveglia alle 6 di mattina) Rob parte alla volta di Udine e spera di godersi questi ultimi scampoli di Far East Film Festival. È la mia prima volta: sono ansioso e un po’ commosso. Molta roba bella ormai è già passata, ma mi auguro che il FFF abbia ancora qualche carta da giocare: l’Horror day (che però quest’anno non mi ispira particolarmente) e qualcuno dei soliti succosi e attesissimi blockbuster (“Tokio Zombie”, “Welcome to Dongmakgol” e “Nana”, per esempio). Staremo a vedere.
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