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Yôkai daisensô »

di Miike Takashi
con Ryunosuke Kamiki, Hiroshi Aramata, Kiyoshiro Imawano, Masaomi Kondo, Bunta Sugawara
Giappone 2005 
 
Inclassificabile è l’opera di Miike Takashi e impossibile è individuare un minimo comune denominatore del suo sterminato corpus filmico. Ma, come fa notare anche un interessante saggio di Francesco Ermanno Torchia – pubblicato sullo speciale di “Nocturno” uscito questo mese che vi consiglio caldamente d’acquistare – il grottesco, il surreale, la parodia, sono un leit motiv pressoché costante nella filmografia del prolifico e poliedrico autore. Miike per definizione non può mai deludere: non può farlo perché per disattendere le aspettative bisogna che esista un “modello” miikiano prestrutturato da disattendere. Questo modello non esiste: ogni suo film segue delle regole proprie. Per questo motivo il regista affronta le incursioni nel cinema alimentare, televisivo o da blockbuster con lo stesso impegno e lo stesso sguardo visionario del suo filone più teorico e impegnato.
E quindi non può deludere neanche questo “Yokai daisensô”, con cui il regista si getta a capofitto in un nuovo genere, quello della “favola per ragazzi” (ormai gli manca solo il western e poi ha chiuso). Per continuare il gioco delle somiglianze, ritroviamo qui molte caratteristiche di un altro recente prodotto mikiiano, “Zebraman”: leggerezza del registro, morale di fondo semplice semplice, alto budget con gran dispendio di coloratissimi effetti speciali, nonché il riferimento a serie giapponesi del passato.
 “Yokai daisensô” è un divertente giocattolone, un anime live action straripante di computer graphic alla “Cutie Honey” o alla “Casshern”. Miike non annega però negli FX: riesce a ritagliarsi spazi “intimistici” di semplice e tenera vita familiare e sa rinunciare al digitale quando lo richiedono le esigenze espressive. Gli Yokai, i folletti della tradizione giapponese che proliferano in molti manga e anime, sono, infatti, per lo più attori in carne e ossa travestiti con trucchi o costumi in gommapiuma. E lo spiritello più simpatico del mondo, Sunekosuri, che ha strappato più di un’ovazione al pubblico del Palagalileo, non è altri che un peluche morbidone. Tutto ciò contribuisce a conferire all’ambiente un’atmosfera molto “gommosa” e “plasticosa”.
Se proprio a un anime in particolare bisogna paragonarlo, direi che assomiglia molto a un Miyazaki dal tocco più lieve, sia per visionarietà del design sia per la morale ecologista che contrappone i buoni spiriti della natura ai cattivi che si identificano negli elettrodomestici e nella tecnologia in disuso.
Il Miike regista c’è e si vede: in certe inquadrature, in certe soluzioni visive e – come si diceva prima – nel grottesco, nella parodia (dei film d’avventura per ragazzi, della fantasy stile “Signore degli Anelli”, dei kaiju eiga tipo Godzilla….) e più in generale in trovate nonsense del tutto inaspettate (basta solo accennare al fatto che il mondo viene salvato dal provvidenziale intervento dei fagioli Asuki).
Eccellenti le interpretazioni del piccolo Ryunosuke Kamiki e di Bunta Sugawara, qui in una parte del tutto fuori dai suoi canoni: un nonnino brontolone con un’insana passione per i fagioli… 
Insomma, se cercare gli “Ichi the killer” e i “Visitor Q” state alla larga. Porta spalancata invece anche ai fanciulli e a chi non è un miikefan.
 
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Orgia Fukasaku »

Caccia ai violenti in Giappone – Il boss yakuza a.k.a. Japan Organised Crime Boss (Nihon boryoku-dan: Kumicho)
di Fukasaku Kinji
con Sugawara Bunta, Tsuruta Koji, Uchida Ryohei, Wakayama Tomisaburo
Giappone 1969
 
Lotta senza codice d’onore a.ka. Battle Without Honour and Humanity (Jingi naki tatakai)
di Fukasaku Kinji
con Sugawara Bunta, Matsukata Hiroki, Umemiya Tatsuo, Watase Tsunehiko, Kaneko Nobuo
Giappone 1973
 
La polizia contro l’organizzazione violenta a.ka. Cops vs. Thugs (Kenkei tai soshiki boryoku)
di Fukasaku Kinji
con Sugawara Bunta, Fukumoto Seizo, Kaneko Nobuo, Koizumi Yôko, Matsukata Hiroki, Narita Mikio
Giappone 1975
 
Sei ore di fila di inseguimenti, sparatorie, agguati, risse e tanto tanto sangue. La sensazione all’uscita della Sala Volpi è stata straniante. Per me, che non avevo mai visto un Fukasaku è stata una scoperta. Per descriverli ai non orientofili, i yakuza movie realizzati dal maestro possono essere paragonati ai poliziotteschi italiani di un certo livello (Fernando di Leo e Umberto Lenzi in primis). È naturale poi che gli stili nei rispettivi paesi arrivino a differenziarsi anche sensibilmente, ma senza ombra di dubbio un’osmosi reciproca deve esserci stata.
In particolare Fukasaku Kinji ha dato vita a un linguaggio unico, a metà strada tra il realismo documentario (frequenti le didascalie esplicative) e l’iperrealismo visionario (tipica è la posizione della macchina da presa inclinata durante le esecuzioni). In ogni caso c’è moltissima fedeltà alla materia trattata (quasi tutte le trame si basano su fatti realmente accaduti). La crudezza espressiva non risparmia niente e nessuno ma che è assolutamente funzionale nel dipingere una società giapponese ormai marcia fino al midollo, senza più nessun punto di riferimento né legami col passato (non resiste nemmeno il tradizionale codice d’onore mafioso). Sugawara Bunta è l’essere perfetto per incarnare questo cinico e nerissimo sguardo sull’umanità. Della trilogia qui presentata il vero capolavoro è il film centrale – giustamente pubblicizzato da Quentin Tarantino – per la frenesia del montaggio e la precisione nella costruzione delle scene action, ma anche per la dovizia di particolari con cui sono descritti gli atteggiamenti e i rituali degli yakuza (dal taglio del dito, ai tatuaggi, alle riunioni dei capi).
(Mi rammarico di essermi perso il film a seguire, “Graveyard of honour”, tanto più che mi hanno sbattuto la porta in faccia alla proiezione de “I fratelli Grimm”).
 
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La mia vita (Wo Zhe Yibeizi) »

di Shi Hui
con Shi Hui, Wie Heling, Shen Yang, Li Wei
Cina 1950
 
Zhang Yimou, mentre girava “Vivere”, doveva avere sicuramente ben presente questo film. Tratto da un famoso quanto (presumo) censurato racconto di Lao She, “La mia vita” non è altro che “la Storia” della Cina della prima metà del novecento raccontata attraverso “la storia” degli umili, quella che di solito non ha voce nei manuali.
Non c’è pace per il povero protagonista, un modesto artigiano di Pechino che decide di diventare poliziotto per garantire qualcosa di più alla propria famiglia. Le cose non cambieranno nel passaggio dall’impero al regime nazionalista (la moglie morirà per mancanza di sufficienti cure mediche). Incomincia allora a simpatizzare con il movimento studentesco comunista e per questo sia lui che il figlio la pagheranno cara. Nemmeno il sole della rivoluzione del ’49 però basterà a scaldare il povero poliziotto che, ormai vecchio e solo, morirà all’addiaccio in mezzo a una strada.
Una struttura narrativa poderosa e un impianto sin troppo tradizionale (le guerre ci vengono spiegate si troppo pedissequamente con la carta geografica, in alcuni passaggi l’età si sente) rendono questo film un classico della cinematografia cinese. La regia di Shi Hui (che si ritaglia anche il ruolo del protagonista) trasuda passione e impegno e riesce a trasmettere in maniera vivida il sentire del popolo cinese (un misto di robusta tenacia e placida rassegnazione) e quanto questa gente abbia dovuto sopportare in silenzio per millenni e millenni. La morale di fondo non è però esente da una venatura populista-qualunquista che a tratti risulta un po’ semplicistica e fastidiosa (per chi scrive).
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I fantasmi di Yotsuya del Tokaido (Tokaido Yotsuya kaidan) »

di Nobuo Nakagawa
con Shigeru Amachi, Noriko Kitazawa, Shuntaro Emi, Juko Ikeuchi.
Giappone 1959
 
Metto le mani avanti: ho visto questo film verso mezzanotte, il primo giorno che sono approdato al Lido, con la stanchezza del viaggio in treno accumulata e già due proiezioni sulle spalle. In tali condizioni non c’è da stupirsi che non abbia prestato molto attenzione alla trama (si tratta comunque di una “vengeance-ghost-story samurai”, come già ho avuto modo di scrivere nella sms-rece, per di più tratta da un famoso racconto tradizionale).
Ora, sarà forse stata la condizione semiallucinatoria in cui versavo in quel momento, ma alcune inquadrature – tutte immerse in quei colori “pastosi” tipici dei film giapponesi del periodo – mi sono sembrate di una bellezza abbacinante. Cito soltanto un frame (che purtroppo non sono riuscito a scovare su internet): i due amanti, abbracciati, in casa; sullo sfondo la finestra ci mostra la luna piena che brilla nelle tenebre. Da brivido. 
Nelle scene in cui il fantasma consumava la sua vendetta parte del pubblico si è messa a ridere: io non esagero se dico che le ho trovate di una possanza scespiriana.
Interessante anche per studiare la genesi dell’iconografia dello spettro (femmina) nella storia del cinema horror giapponese: i debiti di Sadako nei confronti del fantasma di Yotsuya sono evidenti. I volti bianchi circondati da onde di capelli scarmigliati non li ha inventati Nakata Hideo, come alcuni credono… 
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C.R.A.Z.Y. »

di Jean Marc Vallée
con Michel Côté, Marc-André Grondin, Danielle Proulx, Pierre-Luc Brillant, Émile Vallée
Canada 2005
 
Se fossi stato un distributore mi sarei fiondato immediatamente a comprare questo film – cosa che di sicuro sarà stata fatta – perché questo “C.R.A.Z.Y.” ha tutte le carte in regola per sbancare nei mercati internazionali. Divertente e impegnato, mainstream ma non banale, commerciale ma d’autore, è la tipica opera in grado di mettere d’accordo pubblico e critica.
La vita di un ragazzo “strambo” – da piccolo è religiosissimo e viene ritenuto un “guaritore”, da adolescente incomincia a sviluppare attrazione per i coetanei dello stesso sesso – alle prese con una famiglia altrettanto “stramba” in un arco di tempo che copre quarant’anni, dai ’60 ai ‘90. L’evoluzione del costume – resa in maniera convincente attraverso la riproposizione fedele degli stili, delle mode e della musica del tempo – va di pari passo con le trasformazioni dei rapporti familiari: tensioni, dissapori, nascite, matrimoni, funerali, riconciliazioni.
Il tema centrale è quello del difficile rapporto tra individuo e famiglia, del tentativo di affermazione della propria “diversità” e individualità pur tentando di mantenere un legame con le proprie origini e con la propria spiritualità. Convincente anche la maniera con cui è stata affrontata la questione dell’omosessualità: niente morbosità o moralismi, ma molta naturalezza. Certo, si poteva osare di più, le atmosfere a volte sono un po’ troppo “carine” o “glamour” – David Bowie impera incontrastato–, ed è prepotente la voglia di emulare lo stile americano. Ma qua e là ci sono belle invenzioni visive e tutti gli attori ben calati nella parte contribuiscono a un risultato decisamente interessante.
 
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Allegro »

di Christoffer Boe
con Ulrich Thomsen, Helena Christensen, Svetoslav Korolev, Benedikte Hansen, Ida Dwinger.
Danimarca 2005
 
Vogliamo liquidarlo – un po’ spocchiosamente – così: sembra un “Se mi lasci ti cancello” ma più lento, con certe atmosfere autoriali tipicamente europee e anche un po’ noioso.
Zetterstrøm, un pianista di fama mondiale, distrutto dal tragico epilogo di una storia d’amore, decide che per non soffrire la soluzione migliore è cancellare ogni cosa dalla mente. Questa specie di strana amnesia autoindotta si associa alla comparsa nel centro di Copenhagen della cosiddetta “Zona”: un’area impenetrabile ai normali cittadini, in cui pare che abbiano trovato consistenza materiale i suoi ricordi. Giuidato da Tom, voce narrante del film e deus ex machina che veglia dall’alto sulla sorte dei personaggi, Zetterstrøm riuscirà a far riemergere il rimosso come da migliore tradizione psicanalitica.  
In quest’incrocio tra intimismo bergmaniano e favola fantascientifica ci sono alcune idee interessanti, come l’utilizzo dell’animazione digitale per rappresentare simbolicamente i moti interiori del protagonista e la stessa figura di Tom. Ma l’idea del ricordo come fondamento dell’amore e del sentire umano non mi giunge certo nuova.
 
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Takeshis' »

di Takeshi Kitano
con “Beat” Takeshi, Kotomi Kyono, Kayoko Kishimoto, Ren Osugi, Susumu Terajima, Tetsu Watanabe, Akihiro Miwa.
Giappone 2005
 
“Takeshis’”, ovvero 500% follia targata Kitano. Il film con cui il regista da addio al suo universo fatto di yakuza, samurai, lame, pistole e sangue è davvero inclassificabile, e il paragone che certa critica ha fatto con “8 e ½” non è del tutto campato in aria. Comincia con una delle più belle sparatorie “tutti contro tutti” che si siano viste negli ultimi anni. Continua come se fosse un documentario un po’ autocelebrativo su Takeshi Kitano, anzi su “Beat” Takeshi, la sua versione clownesca resa celebre dagli show televisivi: la vita degli studios giapponesi, gli amici-colleghi di sempre, i fan ossessivi. Ma poco dopo si insinuano gag surreali e grottesche di una demenzialità degna di “Gettin any?”. In realtà “Takeshis’” è molto di più di tutto questo: una riflessione metafisico-autobiografica in perenne bilico tra realtà e sogno, tra vita vera e finzione – la critica alla banalità e alla sciatteria di certa fiction televisiva è spietata –, tra tragico e comico, tra Takeshi e “Beat” insomma. Più che un film, una matrioska in cui s’incastrano, uno dentro l’altro, frammenti surreali e onirici. Gli ultimi dieci minuti, che si aprono con una danza su ritmi tamburellanti dal valore quasi sciamanico, evocano spiriti di un inconscio decisamente delirante, ma genuinamente poetico. L’autentico Kitano è oppresso dall’immagine che il mondo ha di lui. È come se non potesse togliersi più dal volto la maschera da pagliaccio o quella dello yakuza. Su una spiaggia (simbolo cardine della sua poetica) si incontra tutto l’immaginario cui ha dato vita: poliziotti, mafiosi, soldati e samurai che lo circondano, lo sopraffanno, lo schiacciano, fino a che non viene definitivamente annientato da se stesso.
Non un capolavoro come “Hana-bi”, non stilisticamente perfetto come “Dolls”, ma a suo modo geniale. Mr. Kitano, “thanks for your work!”.
 
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Lidobloggers

“Sympathy for Lady Vengeance” »

di Park Chan-wook
con Lee Young-ae, Choi Min-sik, Kwon Yea-young, Kim Si-hu, Nam Il-woo

Corea del Sud 2005

 
(Attenzione: per evitare spoiler la trama è scritta in nero, da evidenziare eventualmente con il mouse)
 
Ho visto “Sympathy for Lady Vengeance” due volte e non mi sento ancora in grado di scrivere una recensione con la giusta consapevolezza necessaria. Dovrei rivederlo ancora e ancora (ma quando esce il dvd in Corea?) e soprattutto dovrei rivedermi “Sympathy for Mr. Vengeance” e “Old Boy” (il cui dvd italiano sta per uscire e pare anche una bella edizione: evviva!). Sì, perché l’ultimo film di Park è intrinsecamente legato ai capitoli precedenti della trilogia della vendetta: continui rimandi interni – a volte quasi impercettibili –, citazioni sparse (dal martello di Ohdaesu al discorso sul rapimento di “Mr. Vendetta”) e soprattutto cammei a non finire (in pratica tutti – ma proprio tutti – i principali attori dei due film fanno la loro comparsa, a volte solo per pochi secondi). È come se Park, nel mettere il punto alla sua personalissima riflessione sul tema della vendetta, abbia voluto a tutti i costi fare una gigantesca “summa”, un centrifugato, tirare tutti i fili ponendo attenzione a non perderne nessuno per strada.
Eppure, al tempo stesso “Sympathy for Lady Vengeance” è profondamente diverso dai suoi predecessori e non solo perché nel frattempo lo stile del regista prodigio si è evoluto ancora di più, divenendo se possibile ancora più preciso e innovativo, senza però perdere la sua inconfondibile cifra. È così diverso che chi si aspettava un nuovo “Old boy” in versione femminile, con delle scene dall’impatto visivo sconvolgente come la tortura dei denti o il pianosequenza del combattimento è rimasto inevitabilmente deluso. Park, infatti, spiazza tutti, scegliendo di affrontare lo stesso soggetto ma stravolgendo coordinate e prospettive: una donna invece di un uomo, un melò nerissimo al posto di un action-noir con tinte melodrammatiche, il punto di vista del carnefice anziché di quello della vittima.
Basta accennare alla trama per capire il cambiamento di rotta.  La “dolce signora Geum-Ja” (questo il suo soprannome e questo il titolo originale), dopo essere stata imprigionata ingiustamente per 13 anni (vi ricorda qualcosa?) per l’assassinio di un bambino rapito (vi ricorda qualcosa?), decide di non essere più così dolce, e mette in atto un piano a lungo meditato per far fuori il vero responsabile (il maestro Baek, interpretato da un sorprendente Choi Min-sik).
La vendetta diventa dunque più estetizzante, raffinata e barocca (Geum-Ja si farà costruire una pistola piena di fregi e decorazioni), non un piatto freddo ma un dolce preparato con cura e da servire all’ultimo (“dulcis in fundo”). E soprattutto si intreccia con altre tematiche, come la concezione della maternità e il concetto di senso di colpa di chiara matrice cattolica (che per certi versi mi ha ricordato “Samaria”). I genitori che si fanno giustizia da soli, massacrando il disumano assassino dei loro figli, compiono una sorta di “contrappasso” e aprono lo spiraglio per la catarsi finale della protagonista . Solo attraverso il sacrificio e il dolore Geum-Ja può tornare ad essere madre, anche se le macchie del passato non possono certo cancellarsi del tutto con una torta di tofu bianco.
E che dire dello stile: un ingranaggio a orologeria dalla precisione atomica, un montaggio che rasenta la perfezione, uno studio sulle ellissi da far impallidire un Kitano, la solita classicheggiante  colonna sonora di Jo Yeong-wook , una fotografia folgorante – ma Dante Ferretti dov’era quando hanno proiettato il film? – un uso del digitale ancora una volta azzeccatissimo e perfettamente integrato con l’atmosfera sospesa tra grottesco e realismo, tra kitch e semplicità delle inquadrature. Ma soprattutto: l’abilità narrativa. Park Chan-wook è secondo me il regista vivente più bravo al mondo nel raccontare lo svolgimento degli eventi in una storia. Lui plasma a suoi piacere i diversi episodi dell’intreccio e li ricompone, li incastra come pezzi di un puzzle, sfruttando all’estremo della sperimentazione ogni potenzialità concessa dal mezzo cinematografico. A titolo d’esempio valga una scena che, nella sua semplicità, mi ha esaltato: Geum-Ja ha invitato nella sua camera il collega pasticcere e incomincia a raccontargli la sua storia, in particolare l’episodio del rapimento. Mentre parla, noi sentiamo un’altra traccia sonora, che riproduce simultaneamente i rumori connessi all’evento che lei sta descrivendo (le grida del bambino, lo squillare del telefono e così via). Geniale.
Sono incapace di trovare parole per rendere l’idea della bravura di Lee Young-ae. Il solo pensiero che possano doppiarla mi fa venire i brividi. Spero solo che il suo sguardo meraviglioso inondi al più presto gli schermi dei cinema italiani. 
Pregasi astenersi da qualunque confronto con “Kill Bill”.
 
Voto:
Lidobloggers

 

Torna a casa, Rob! »

Eccomi qui, alla fine di una trasferta estera che – anche al di là di Venezia – è stata senza dubbio proficua e istruttiva.

La tre giorni lagunare è stata una di quelle esperienze che non si dimenticano tanto facilmente. Vedere “Takeshi’s” assieme a Kitano e “Sympathy for Lady Vengeance” assieme a Park Chan-wook e a Lee Young-ae – in abito tradizionale: semplicemente divina – sbracciandosi e applaudendo fino allo screpolamento della cute e all’anchilosi degli arti superiori sono alcune delle cose che volevo fare prima di morire. E naturalmente inseguire Park per tutta la giornata del tre settembre (la mattina in conferenza stampa, al pomeriggio da “Hollywood Party” e in serata nella proiezione ufficiale) fino “all’incontro ravvicinato” – in cui mi ha finalmente concesso l’autografo e io sono riuscito soltanto a esclamare: “You are the greatest… You are the greatest” – è stata un’emozione sin troppo grande per il mio giovane cuoricino a mandorla.

Mi sarei sentito eccessivamente nerd e gialluso se non avessi avuto al mio fianco tanta belle gente matta e simpatica come i miei colleghi cinebloggers (che ringrazio per avermi coinvolto nell’ormai storico Lidobloggers) e la banda di AsianFeast (che mi ha dato la spilletta di Bunta).


Dopo i commenti telegrafici arriveranno al più presto i post un po’ più lunghetti. In realtà sono riuscito ad assistere solamente a undici proiezioni, di cui cinque della retrospettiva asiatica – of course – e due volte “Lady Vengeance” e, per partito preso, zero film americani.


Concludo con lo spazio dei ringraziamenti. Ringrazio la stampa italiana per l’ignoranza che continua a ostentare nei confronti dei film orientali e ringrazio la giuria del Festival di Venezia per non aver concesso al film di Park nessun premio (quello alla regia e soprattutto quello alla migliore interpretazione femminile erano quantomeno doverosi): è sempre meglio quando l’arte la riconoscono in pochi. Ringrazio la maschera che non mi ha permesso di entrare alla proiezione serale del gettonatissimo film di Gilliam: mi sono potuto godere così due ore di risate con il divertentissimo “Yokai Daisenso” di Miike Takashi. Ringrazio i mai troppo abusati cessi e fontanelle pubbliche del Lido.

HO L'AUTOGRAFO DI PARK!!!!

Foto ricordo con i cinebloggers


Foto ricordo con la banda di Asian Feast

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Sympathy for Lady Vengeance di Park Chan-Wook – Ovviamente il film più bello di tutta la mostra. Leone d’oro e Coppa Volpi per Lee. Park rivolta come un guanto il concetto di vendetta, purificatrice ed estetizzante, con la consueta perfezione narrativa. Dieci minuti d’applausi. Io c’ero.

Yokai Daisenso (La guerra segreta degli Yokai) di Miike Takashi – Immagino già i critici sparare merda su questo divertentissimo film pieno di trovate nonsense. Anche nella favola Miike non rinuncia la suo estro.

Wo zhe yibeizi (La mia vita) di Shi Hui– La storia della Cina moderna raccontata attraverso la vita della povera gente. Impianto classico e morale populista. Ricorda “Vivere” di Yimou.

Yotsuya Tokaido Kaidan (I fantasmi di Yotsuya del Tokaido) di Nakagawa Nobuo - Vengeance-Ghost-Story-Samurai con un’antenata di Sadako. Bei pianosequenza e inquadrature pittoriche.

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