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Biografilm Festival – giorno 4 (10 giugno 2006) »

A chi tanto e a chi niente (storia possibile di un critico di provincia)
di Michele Vietri
con Camillo Marino
Italia 2005

Facile prendere in giro uno come Camillo Marino, con quella parlata smaccatamente (e ostentatamente) dialettale, quella fissazione per il neorealismo e le cinematografie  dei paesi comunisti, quello spirito garibaldino con cui nelle conferenze stampa affrontava di petto i più grandi registi recriminandolgi uno scarso impegno ideologico. Quasi una macchietta, e del resto i critici (quelli "istituzionali", come Fava, Martinelli e Brunetta) e i registi intervistati nel documentario ce lo dipingono proprio così, ricorrendo ad aneddoti buffi e gaffes storiche*. Ma, in realtà, – e ciò emerge in controluce dal lavoro di Vietri – Marino, nonostante le sue fisse un po’ eccentriche, dedicò la vita a lottare per la crescita culturale del Meridione, impegnandosi anche nel concreto con l’ideazione dell’Efebo d’oro, ma finendo per lo più per essere ostracizzato dall’intelighenzia ufficiale. L’apparenza comica lascia così il campo libero a una gran malinconia di fondo.

* "Le colleghe Tornabuoni e Bignardi non possono partecipare alla conferenza perché in questo momento intente a battere." (Marino intendeva la macchina da scrivere, però).

Grizzly man
di Werner Herzog
con Timothy Treadwell
Usa 2005

Parlare di un film del genere richiederebbe ben più spazio, tempo e volenterosità. In ogni caso "Grizzly man" è davvero toccante: la storia di un Don Chisciotte innamorato degli orsi e disposto a morire nel tentativo di stabilire con loro una totale intimità. Un personaggio perfettamente alla Herzog, in bilico tra follia e saggezza spirituale, Treadwell era una specie di  filosofo che cercava di abbattare il confine tra uomo e natura e di fondersi con la wilderness. Herzog lascia che Treadwell si racconti da solo, attraverso le sue immagini e le sue parole, restituendoci qualcosa di intermedio tra un lascito e una confessione. La scelta più etica e coraggiosa è quella di non mostrarci la registrazione della sua morte. In questo modo tutta la vicenda di "Grizzly man" si carica di un ché di oscuro e insondabile, proprio come i recessi della natura. Siamo dalle parti del capolavoro.

Z Channel: a magnificent obsession
di Xan Cassavetes
con Quentin Tarantino, Robert Altman

Z Channel è la rete che tutti i cinefili vorrebbero avere a portata di telecomando. Quando ancora non esistevano reti via cavo votate al cinema, questa emittente losangelina trasmetteva le versioni integrali de "Il micchio selvaggio", "Novecento", "C’era una volta in America", "I cancelli del cielo" (prima di lui non esistevano mica le director’s cut, eh) e si dilettava a mandare in onda i film più rari e misconosciuti, con un occhio sia all’autorialità che al genere. Tutto ciò si deve al grande gusto, competenza e talento di Jerry Harvey. Peccato che fosse anche un uomo dalla personalità inquieta e tormentata che andò presto alla deriva.
Confesso di essermi un po’ appisolato – era tardi ed ero stanco – tuttavia il documentario non è mica niente male, per quanto realizzato in maniera abbastanza convenzionale. Gli appassionati si morderanno un po’ le mani sentendo cosa poteva capitare di vedere agli spettatori di Z channel (per giunta senza interruzioni pubblicitarie).

Biografilm Festival – giorno 3 (venerdì 9 giugno 2006) »

La casa de mi abuela
di Adan Aliaga
Spagna 2005

Al film di Aliaga bisogna riconoscere numerosi meriti. Primo, aver posto l’occhio sulla "gente comune", su materiale almeno apparentemente insignificante, quotidiano, e che pure finisce per affrontare tematiche non banali (la morte e come essa viene vista dai bambini, ad esempio). Secondo, perché non è facile raccontare la storia di una nonna che perde la casa di famiglia e del suo rapporto con la nipotina senza cadere in derive retoriche e sdolcinate. Anzi, il regista non ci risparmia tutti gli aspetti un po’  "schifiltosi" della vecchiaia, né esita a mostrarci lo squallore dell’ambiente circostante. Va detto però che bisogna essere preparati alla visione, perché il ritmo e il mordente un po’ latitano (e se siete stanchi probabilmente non gliela fate).

How To eat your watermelon in white company (and enjoy it)
di Joe Angio
con Melvin Van Peebles
Usa 2005

Due film da appuntarsi: "Watermelon man" e soprattutto "Sweet Sweetback Baadassss Song". Ai più (e io mi mettro tra i più) non diranno niente, ma in America sono oggetti venerati dalla comunità nera (e non solo), perché tra i primi film commerciali e di successo a presentare il conflitto razziale in termini spregiudicati e combattivi, nonché per aver lanciato la moda dei black movies (e in particolare il secondo della blaxploitation). La mente dietro tutto ciò è Melvin Van Peebles, personaggio  carismatico ed eclettico i cui talenti si spingono ben al di là del cinema e toccano un po’ tutte le forme d’arte e di spettacolo. Le sue avventurose e rocambolesche gesta vengono raccontate con umorismo (e visto il soggetto non poteva essere altrimenti) e partecipazione (che a volte diventa esaltazione dura e pura). Ma l’arzillo Van Peebles se lo merita: alcune sue trovate sornione e commercialmente ammiccanti ("Sweetback" uscì con la dicitura "Rated X by an all white jury") sono più affilate e penetranti di qualunque discorso politico.

Crazy Legs Conti: Zen and the art of competitive eating
con Crazy Legs Conti
di Chris Kenneally e Danielle Franco
Usa 2004

Un eroe dei nostri tempi: Crazy Legs, lavavetri e donatore di sperma, decide di fare il passo che cambierà per sempre la sua vita, ovvero diventare "mangiatore" professionista nei concorsi di "competitive eating" (che in Usa è una cosa serissima, con tanto di federazione ufficiale, tornei, scuole di pensiero e specializzazioni). L’uomo si impegna con dedizione commovente e in breve diventa il re dei divoratori di ostriche. Ma nella gara degli hot dog dovrà fare i conti con i big (e i fat) della disciplina. La cosa che sorpende di più è che non solo il protagonista, ma tutto l’universo del "competitive eating" si prende maledettamente sul serio, così che gli incontri messi in scena finiscono per assumere contorni epici e titanici (pur rimanendo agli occhi degli spettatori attoniti sempre folli e grotteschi). Pare un film demenziale alla Ben Stiller: ditemi voi se può esistere veramente un supereroe come Takeru Kobayashi, scricciolo in grando di sbranarsi 50 hot dog in 12 minuti! E’ diventato il mio mito personale.
Il weirdo sembra ormai la cifra di questo festival (e "My date with Drew" deve ancora venire…).

Biografilm Festival – giorno 2 (08/06/2006) »

The real dirt on farmer John
di Taggart Siegel
con Farmer John
Usa 2005

"La terra ha un buon sapore oggi". Inizia con l’atto di cibarsi del proprio campo, questo interessante biopic che è una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti della terra. Un legame indissolubile che Farmer John ha coltivato per tutta una vita, ma a modo suo. Travolto dal movimento controculturale sessantottino, ha riversato l’arte e la cultura nel lavoro dei campi, mettendo su un esperimento unico: una comune agricola votata alla ricerca di un nuovo legame con la natura. Per le sue convinzioni e per gli atteggiamenti sui generis (guida il trattore con calzamaglie, giacche sgargianti e boa piumati) John è stato emarginato dalle famiglie contadine del vicinato che lo additavano addirittura come satanista. Fallita l’esperienza della comune, il buon fattore hippy non si è abbattuto e ha superato la crisi agricola inventandosi un’impresa che produce alimenti biologici con il coinvolgimento della comunità. Senz’altro un winner , a modo suo.
Sfruttando anche il tanto materiale girato a disposizione (la mamma di John era fissata con la cinepresa) Siegel ci restituisce un ritratto vivido e appassionato, che ha però nella durata un po’ eccessiva e in qualche celebrazione di troppo i suoi punti deboli. Comunque da vedere.

Biografilm Festival – giorno 1 (mercoledì 7 giugno 2006) »

Toh, un altro festival. Non che il genere biografico sia esattamente la mia passione, ma avevo bisogno di ingrassare un po’ quella rubrichina sulla colonna destra del mio template. E poi c’ho l’accredito gratuito (gne). E siccome che la sera non ho niente di meglio da fare, vi toccherà subirvi il resoconto di questi quattro giorni di Biografilm Festival. Se cercate pareri più autorevoli andate da Kekkoz e Clos.
 
Moira Orfei. Amore e Fiori
di C. Bevilaqua e F. Di Loreto
con Moira Orfei e Walter Nones
Italia 2005
 
L’evento d’apertura del Biografilm Festival è un documentario su Moira Orfei presentato da lei medesima. Non mettetevi a ridere, su. Che la Moira è anche una donna di cinema (ha recitato in 47 film, per lo più peplum anni ’70, di cui fra l’altro sono stati proiettati alcuni spettacolosi trailer in cinemascope). Ehi, ho detto di non ridere. Tanto più che, vi dirò, mi aspettavo anche di peggio: in fondo le confessioni della Orfei – il modo in cui candidamente decanta il suo look e si compiace per le drag queen che la emulano – fanno un po’ tenerezza. E poi alla presentazione del film era commossa ed emozionata per davvero.
Va bene, recupero la lucidità. Il documentario non è certo dei migliori: il monologo di Moira e inframmezzato da intermezzi circensi abbastanza inutili e noiosetti, che sembrano messi lì tanto per raggiungere la durata di 60 minuti (già di per sé esigua). Rimane la sgradevole sensazione che gli autori non abbiano molto da dire.
 
 
American Dreamz
di Paul Weitz
con Hugh Grant, Mandy Moore, Dennis Quaid, Willem Dafoe
Usa 2006
 
Lo spunto non era niente male: fare una satira sull’America partendo dalla parodia di uno dei suoi reality più di successo, “American Idol”. Il caustico presentatore (impersonato da Hugh Grant) pilota lo show degli aspiranti idol per mettere a confronto personalità conflittuali e che possano catturare l’appeal del pubblico: un arabo, un ebreo, un’avvenente e spregiudicata ragazzotta col fidanzato ferito in Iraq (Mandy Moore). Nel frattempo il Presidente degli Stati Uniti (Dennis Quaid) comincia a leggere i giornali ed entra in crisi. Il suo segretario (Willem Dafoe) deve correre ai ripari.
Il punto è che Paul Weitz non osa e non graffia. Si poteva essere molto più aggressivi e invece si finisce (non so quanto volontariamente) per identificarsi con i concorrenti, il conduttore e tutto il carrozzone che si trascinano dietro. La volete sapere la verità (spoiler): è che non mi è andato giù che l’arabo si convertisse all’american way of life. Con il rivolgimento finale si recupera un po’, ma il film resta abbastanza insipidino e diverte con moderazione. La Moore però, che aveva già recitato in “Romance & Cigarettes”, dimostra di sapersela cavare.

Voto: