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Festival del cinema ritrovato – un riepilogo »

Brutto periodo quello del cinema ritrovato: pullula di esami. Io me ne sono infischiato e l’ho seguito quasi tutti i giorni, ma non ho avuto purtroppo il tempo materiale per stilare il consueto bollettino in diretta festivaliero. Ripiego quindi con questo super-riassunto in cui, in maniera parziale e approssimativa, passo in rassegna gli episodi, a mio insindacabile giudizio, più interessanti.
 
Partiamo subito con le chicche più curiose e insolite. “The damned” (GB 1963, Joseph Losey / Il cinema più grande della vita), consigliato (a ragione) più che caldamente da Pier Maria Bocchi, è un piccolo e angoscioso gioiello marca Hammer su “figli della bomba” condannati a un’esistenza da freak e privati di qualunque calore umano (anche in senso letterale). Si partecipa al dolore dei bambini, i cui unici costanti pensieri sono fuggire ed essere amati, e gli strazianti “help! help!” conclusivi risuonano oltre lo spazio e il tempo, accompagnandoci ben oltre la fine della proiezione. 
 
“The spiritualist” (USA 1948, Bernard Vorhaus / Ritrovati & Restaurati) è un (parecchio) insolito noir incentrato su un fantomatico e carismatico sensitivo, che ce la mette tutta per concupire l’eredità di una vedova ossessionata dalla presenza del marito. L’anno è in qualche modo emblematico: 1948. L’ossatura formale e tematica del primo noir anni Quaranta incomincia a sgretolarsi sotto tonnellate di grottesco e di sperimentalismo visivo, in attesa degli sconvolgimenti di genere che arriveranno con gli hitchcockiani anni Cinquanta. Il tema della mancata rimozione del lutto matrimoniale è un classico (da parte del marito, per così dire, il più conosciuto è naturalmente “Rebecca”), ma l’istrionismo stilistico di Vorhaus, a tratti sconfinante con il kitch, dà al film un’impostazione prettamente ludica, in cui lo spettatore si immerge come se stesse facendo un giro sulla spookhouse di un luna park.
 
“Maciste” (Italia-USA 1915, Luigi Romano Borgnetto e Vincenzo Denizot / Ritrovati & Restaurati), il primo film di una saga fortunatissima tra gli anni Dieci e Venti (che ispirò anche quella dei peplum anni Sessanta) non potevo perdermelo, visto che tempo addietro ho scritto anche un piccolo approfondimento sul fenomeno dei forzuti per un laboratorio. Il personaggio viene dritto dritto da “Cabiria” e la paternità filmica viene sottolineata con forza attraverso una trovata metacinematografica (e autopromozionale) veramente innovativa per l’epoca. La protagonista femminile, infatti, tormentata da malfattori, va al cinema a vedere il film di Pastrone, rimane impressionata dalle gesta dell’eroe e pensa di scrivergli una lettera per chiedergli soccorso. Una roba che neanche “La rosa purpurea del Cairo”… Per il resto il film di Brignone è un intricatissimo feuleitton pieno di villain assetati di eredità, ipnosi, rapimenti, travestimenti, fughe rocambolesche, come si vedevano a quei tempi; ma la regia e il montaggio sono vivaci, ritmati e hanno un piglio quasi da moderno film d’avventura, almeno per quanto riguarda alcune scene d’azione parecchio spiritose (Maciste che si arrampica sui muri o che, legato mani e piedi, afferra un tavolo con la bocca).
 
Per ciò che attiene al comparto musical ho potuto assaggiare poca roba, ma gustosa. “The gang’s all here” (USA 1943, Busby Berkeley / Ritrovati & Restaurati) è una fantasmagoria di Busby Berkeley con la brasilera “tuttifrutti” Carmen Miranda, risalente al periodo in cui il cinema americano flirtava con i vicini neolatini (quello dei “Tre Caballeros”, per intenderci). Il che non può voler dire altro che puro e divertentissimo delirio kitch, al limite dello sperimentalismo formale. Cosa si può pensare di un film in cui una schiera di ragazze sollevano ripetutamente gigantesche bananone falliche? Il vertiginoso virtuosismo del dolly berkleiano trova il suo complemento naturale nella rigogliosa Carmen Miranda, che sembra uscita da una macedonia mentre intona “The lady with the tuttifrutti hat” in un florilegio di doppisensi. Nel finale si giunge perfino all’astrattismo: le coreografie diventano figure geometriche e le teste dei personaggi compaiono in cerchi colorati ruotanti. Psichedelico ante-litteram.
 
 
“There’s no businness is like show business” (USA 1954, Walter Lang / Il cinema più grande della vita) è uno dei classici del genere, che unisce una delle componenti che da sempre caratterizzano il genere musicale, la riflessività e il metateatro, con il racconto di una saga familiare. Seguiamo le gesta dei Donahue una famiglia di attori del varietà, il crescere dei figli, le alterne vicende della vita che portano i componenti del gruppo ad allontanarsi, ma alla fine a ritrovare l’unità. Molto buonista e filoreligioso (uno dei figli diventa sacerdote), ma la cosa non disturba poi tanto, se possiamo vedere Marilyn Monroe ancheggiare in cinemascope e in technicolor al ritmo di “After You Get What You Want You Don’t Want It”.
 
Durante i due film di Minnelli che ho visto (“Two weeks in another town” e “The four horseman of the Apocalypse”), melodrammone ambientato nel mondo dello spettacolo il primo, interminabile affresco familiare sullo sfondo della Seconda Guerra mondiale il secondo, mi sono addormentato.
 
Francesco AlliataParlando di technicolor è impossibile non menzionare “Le carrosse d’or” (Italia-Francia 1953, Jean Renoir / Omaggio a Francesco Alliata), introdotto da Francesco Alliata (qui in veste di produttore), che è una miniera inesauribile di aneddoti e che mi ricorda un poco quei nonnini siciliani sempre gentilissimi e sempre disposti a fare quattro chiacchiere. Pare che i colori originali fossero ancora più brillanti, ma la pellicola proiettata era comunque una gioia per gli occhi. L’aspetto veramente notevole è appunto quello formale; la trama, che rimanda ai soggetti della Commedia dell’arte, è piuttosto un pretesto che serve a Renoir per intonare un atto d’amore nei confronti del teatro.
 
“Banditi a Orgosolo” (Italia 1961, Vittorio De Seta / Ritrovati & Restaurati) è il pluripremiato e storico capolavoro d’esordio di De Seta. Volendo essere brutali, è una specie di “Ladri di biciclette” traslato sull’altopiano sardo, solo che qui i protagonisti sono pastori e, anziché rubargli la bicicletta, gli muoiono le pecore. Ma l’impianto ideologico di fondo è lo stesso: la delinquenza (e quindi il banditismo) sono dei mali sociali, che nascono dalla povertà e dall’ignoranza. Ed anche lo stile: neorealismo, che però si lascia prendere dall’afflato patemico per i suoi personaggi (c’è pure un tenero pastorello epigono del Bruno di De Sica). In realtà, a ben vedere, le differenze col neorealismo sono parecchie (basta dire che i personaggi sono sì presi dalla strada, ma anche doppiati da attori professionisti, tra cui Gian Maria Volontè) e la composizione delle inquadrature sembra perseguire il poetico, più che il documentaristico (per cui è forse più indicato il riferimento al coevo Olmi). In ogni caso per gli spettatori del tempo doveva essere scioccante accorgersi che, in pieno Boom economico, ci fossero aree all’estrema periferia del (Bel)Paese totalmente dimenticate e per nulla scalfite, non solo dalla industrializzazione, ma anche dalla modernità.
 
I film proiettati di sera in Piazza Maggiore (con il cielo stellato a far da cornice, che spettacolo) appartengono tutti alla categoria delle “pietre miliari”. Il “The Manchurian candidate” originale (USA 1962, John Frankenheimer / La messa in scena della guerra fredda) andrebbe riscoperto: riesce con lapidario cinismo e black humor a fotografare l’oscuro periodo americano della Guerra fredda, eppure risulta attualissimo ancora oggi nel descrivere un mondo nero e senza appigli valoriali. La sceneggiatura, poi, è un meccanismo di rara precisione: verrebbe voglia di leggerla e rileggerla.
 
Su “The Grapes of wrath” (USA 1940, John Ford / Ritrovati & Restaurati) non credo ci sia molto altro da dire, oggigiorno. Forse solo che il film a distanza di più di sessant’anni, non annoia un momento e fa piovere (anche il cielo sopra la piazza si è scurito per un breve momento) lacrime di commozione.
 
 
Terje Vigen“Terje Vigen” (Svezia 1917, Victor Sjöström / Ritrovati & Restaurati) e “Hell’s Hinges” (USA 1916, Charles Swickard / William S. Hart: Star of the West) sono due opere diversissime (la trascrizione per immagini di una ballata marinara di Ibsen la prima; un western morale il secondo), ma entrambe accomunate da un poderoso afflato epico, esaltato ancor di più dall’esecuzione dal vivo della partitura musicale. Inutile spendersi nell’elogiare lo straordinario talento visivo di Sjöström. Piuttosto il film di Hart (regista e attore di molti western muti del periodo Dieci – Venti), che altrove ho malsopportato per l’eccessivo bigottismo, mi ha inaspettatamente coinvolto nella scena finale, una triste elegia cimiteriale ben distante dal lieto fine.
 
Non chiedetemi di formulare un parere obiettivo sul “Mafioso” (Italia 1962, Alberto Lattuada / Ritratto di un artista eclettico, Alberto Lattuada). Il film è un pastone di luoghi comuni sulla mafia e sulla Sicilia che fu, ma, francamente, cosa importa? È una commedia con Sordi, mica una docufiction di Petri. Sarà pure che in questo periodo patisco la nostalgia della “Sicilia biedda”, ma sono riuscito a gradire perfino il fintissimo accento siculo di Sordi (“Matta!” per “Marta!”). E poi, nel viaggio che il protagonista compie in treno da Milano a Palermo si può constatare come non sia cambiato proprio nulla: stessi treni, stesse cuccette, stesso interminabile pellegrinaggio con sosta obbligatoria sul ferribbotte per attraversare lo stretto (con Sordi che dice: “Tra poco costruiscono il ponte!”. Sic).
 
Un re a New York“The king of New York” (GB, 1957, Charles Chaplin / Progetto Chaplin) è uno dei film di Chaplin più bersagliati dalla critica. Pur con tutti i difetti attribuibigli a ragione (sfogo di rancori personali contro gli Stati Uniti, didascalismo, semplicismo di alcune considerazioni satiriche), e nonostante si tratti obiettivamente della sua opera “post-Charlot” maggiormente imperfetta (escludendo “La contessa di Hong Kong”), non riesco proprio a farmelo dispiacere. Ogni volta che lo rivedo rido come un matto e mi sembra che Chaplin sia stato tanto coraggioso a scagliarsi contro il Maccartismo e la politica della guerra fredda esattamente come lo fu ne “Il grande dittatore” contro la follia nazista. Mi sembra anche che il geniale Charlie sia stato profetico nel porre in risalto alcuni aspetti che, oggi più che mai, caratterizzano la nostra società, dalla pervasività dei media, all’onnipotenza della pubblicità, dalla crisi del sistema educativo, al dilagare della chirurgia plastica. Mica robetta.