Far East Film Festival: Udine 20-23 aprile »

Un post riassuntivo che raduna tutte le considerazioni su questa mia piccola tre-giorni Udinese (più mattinata del 24 aprile).
Retrospettiva Patrick Tam: Dal cuore della New Wave ("The Sword", "Love Massacre", "Nomad", "Final Victory", "After this our exile", più i lavori televisivi "C.I.D.", "Thirteen" e "Seven Women");
Giappone ("Dororo", "Umizaru 2: Test of Trust", "Death Note");
Corea del Sud ("Solace", "A Dirty Carnival", "The Host", "The Restless");
Hong Kong ("Eye in the sky", "Dog Bite Dog");
Filippine ("Agent X44");
Cina ("Young and Clueless").
Link utili sul Far East Film:
Blog Ufficiale (con foto e video);
Cineblog (aggiornato da Murda);
Asian Feast (cronaca in diretta).
Un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno tenuto compagnia e a quelli che purtroppo sono riusciuto a incrociare solo per poco (tipo Torakiki, Pier Maria, e i ragazzacci di Asian Feast). Grazie a Carlo per avermi intrattenuto mentre la massa andava a vedere "Death Note 2". E grazie sopratutto a Lorenzo, anche se lui ha l’autografo di Patrick Tam e io no.
Far East Festival (20-23 aprile): Hong Kong »
Un film “a volo d’uccello”. È questa la metafora e la figura ricorrente che attraversa l’esordio alla regia di Yau Nai-Hoi, sceneggiatore di fiducia di Johnnie To. Yau in materia di spionistico sa il fatto suo e realizza un film asciutto, teso, matematico: un rimpiattino tra una sofisticata banda di rapinatori e la Sorveillance Unit delle polizia di Hong Kong. A guidare i rispettivi gruppi c’è il carisma di due stelle di punta della Milkyway, Tony Leung Ka-Fai e Simon Yam. Questo il pregio del film, ma paradossalmente anche il suo limite: si esaurisce tutto in questo gioco tra il guardare e nel non farsi vedere, tra lo spiare e il nascondersi.
Il nuovo film di Soi Cheang è una vera e propria sfida al modello dominate del cinema d’azione contemporaneo, che impone coreografie aggraziate e astratte, ralenty patinati e fotografia luccicante. “Dog bite dog” è invece un film sporco, brutale e animalesco come il suo protagonista, un guerrigliero cambogiano (cui presta il corpo un invasato Edison Chen) da sempre abituato a lottare per sopravvivere. Pang, questo il suo nome, uccide come se respirasse: come un atto naturale e in qualche modo necessario, senza la minima esitazione o senso di colpa. E fa impressione. Far East Festival (20-23 aprile): Corea del Sud »
Contro questo film si è scagliata pressoché unanime tutta la comunità di Asian Feast (coreanofili a parte). Le reazioni mi sembrano eccessive (si è osato addirittura paragonarlo al cinema italiano!). “Solace” è semplicemente un film di genere, un dramma sentimentale a sfondo urbano come ce ne sono tanti in Corea del Sud (l’anno scorso, ad esempio, al Far East c’era “Sa-kwa”). Qui si aggiunge alla storia d’amore anche il ritratto familiare intimista e il tema della malattia mentale. È vero, neanche un cliché manca all’appello e non si esce neanche per un momento al di fuori delle regole del genere tipicamente coreano (come il cambio repentino di registro e i finali plurimi). Ma si tratta in ogni caso di dignitoso cinema medio (come non si fa più in Italia!), che può piacere o non piacere a seconda delle proprie inclinazioni personali. Se proprio lo volete sapere, a me piace. Piace soprattutto osservare il paesaggio cittadino con quella bella fotografia iperrealista. E mi piace anche osservare Kim Ji-soo.
Andiamo con ordine. Prima di tutto, “A Dirty Carnival” detiene un primato, quello di miglior scena di rissa con mazza da baseball nella storia del cinema. Secondo, oltre le sequenze di combattimento (inusuali, realistiche, mai patinate) c’è di più. C’è una storia dalla tenuta impressionate, visti i suoi 141 minuti, fresca e compatta che – come tutti i film battenti bandiera coreana – declina magnificamente generi diversi (gangster movie, storia d’amore, intermezzi comici). C’è un siparietto metacinematografico (con conseguente presa per il culo delle tendenze coreografiche più fantasmagoriche) parecchio divertente. C’è un Jo In-sung strepitoso.
La domanda è la seguente: perché i wuxia coreani sembrano tutti uguali? A me è parso di assistere a un incrocio tra “Bichunmoo” e “Sword in the moon” (inquadrature lunari comprese). In più, questa è una coproduzione cinese, cosa che garantisce la più totale asetticità dei combattimenti (inoltre, visto che il protagonista si trova in una specie di Purgatorio a combattere contro gli spiriti dei defunti, non scorre neanche una goccia di sangue). Far East Festival (20-23 aprile): Filippine e Cina »
Ci sono solo due posti sul pianeta in cui le commedie di Joyce Bernal sono acclamate dal pubblico: le Filippine e Udine. Come sia potuto esplodere questo fenomeno di culto tra gli spalti del Teatro Nuovo ha per me dell’inesplicabile, fatto sta che la simpatica regista è ormai da tempo una presenza fissa del Festival. A dire il vero quest’anno anche il bel Vhong Navarro, vero e proprio idolo delle teenagers filippine (e non solo), era previsto come ospite, ma sul più bello ha dato forfait alle fan adoranti.
La Cina è lontana… dal cinema di genere, almeno per il momento. Però negli ultimi anni sta provando, a passettini, a svecchiarsi e adottare nuove formule (censura governativa permettendo). “” per esempio è il tentativo, ancora acerbo, di fare buona e sana commedia adolescenziale. L’aggettivo che si adatta meglio a descrivere il film è “vergine”, e non solo per via dei giovani protagonisti. L’opera è permeata di quell’ingenuità un po’ fantastica e un po’ lirica che caratterizza solitamente questo tipo di produzioni. Per questo cinema non è ancora possibile fare a meno di certe convenzioni, come la riflessione d’Autore (in questo caso su fato e destino), l’onirismo, il messaggio didascalico, il commento sociale. Far East Festival (20-23 aprile): Giappone »
Il film d’apertura del Far East Festival 2007 è in pratica un rimescolamento postmoderno tra Pinocchio, Frankenstein, l’atmosfera fantasy e i film di samurai..
Allora, vediamo un po’. La nave sta affondando. Il livello inferiore è già pieno d’acqua. In quello superiore invece divampa un incendio. In un compartimento chiuso, stretti fra acqua e fuoco, ci sono quattro personaggi: il sommozzatore della guardia costiera a un giorno dal matrimonio, il suo fedele amico e collega e, tanto per rendere la cosa più stuzzicante, una donna incinta e un rompicoglioni ferito a una gamba. Mi meraviglio che non si sia abbattuto un meteorite sopra il relitto o che la nave non trasportasse testate nucleari.
Altro film, altro soggetto tratto da un manga e altro spunto sprecato. Cosa accadrebbe se si potesse uccidere una persona semplicemente scrivendo il suo nome su un quaderno d’appunti? Probabilmente, in preda al delirio d’onnipotenza, ci trasformeremmo tutti in psicopatici assassini di massa. E’ più o meno quello che accade a Light, brillante studente liceale che s’imbatte per caso nel nefasto libretto. A dargli la caccia c’è un altro studentello saputello, tale “L”, quest’ultimo in preda a un grave vuoto affettivo (per mancanza di figure genitoriali, immagino, visto che papà e mammà non si vedono mai), che colma ingozzandosi di saccarosio. Ah, dimenticavo, Light ha sempre al suo fianco una simpatica mascotte: un diavolo alato vestito come un cantate heavy metal e ghiotto di mele (???). In effetti “Death Note” è soprattutto un film sul cibo: basti dire che una delle macchinazioni più subdole del nostro Light ha al centro un pacchetto di patatine. Non chiedetemi di tentare un’interpretazione semiotica in chiave alimentare.Patrick Tam: dal cuore della New Wave (Far East Festival 20-23 aprile) »
Parliamoci chiaro: il cuore del Far East Film Festival 2007 è tutto qui. La retrospettiva su Patrick Tam, curata da Alberto Pezzotta, si è rivelato un momento prezioso e necessario. Prezioso perché i film di Patrick Tam sono ancora molto difficili da reperire: molti master originali sono perduti, e di alcune titoli sopravvivono soltanto copie censurate, rovinate o senza sottotitoli. Un plauso quindi agli organizzatori per essere riusciti a reperire persino alcuni episodi di telefilm che Tam girò per la televisione di Hong Kong tra il 1976 e il 1977: materiale unico, che per la prima volta in assoluto mette piede in Occidente.
“The Sword” (1980) sembra tutto tranne che un’opera d’esordio. Il suo primo e (finora) unico wuxiapian è frutto di uno studio accurato dei meccanismi del genere, che vengono scardinati con incredibile consapevolezza e fusi con il formalismo e i ritmi sospesi del cinema d’autore. “The Sword” potrebbe essere definito come l’anello di congiunzione tra la metafisica di King Hu e lo sperimentalismo romantico di “Ashes of Time” (quest’ultimo montato da Tam), cosa che lo rende automaticamente uno dei migliori wuxia mai realizzati. In effetti, i debiti di Wong Kar-wai sono più che evidenti, tanto a livello di stile (il frammentarismo dello spazio, l’illogicità di alcuni raccordi, le pennellate cromatiche quasi da action painting), quanto sul fronte del contenuto (la malinconia dolente e il pessimismo che permea tutte le relazioni umane).
Per stessa ammissione di Patrick Tam (che ha introdotto il film nella serata d’apertura) “Love Massacre” (1981) è un’opera caratterizzata da un evidente vuoto narrativo, in cui le solite ossessioni del regista (l’amore che sfocia in follia e violenza, gli individui ingabbiati e soffocati dal mal de vivre) prendono forma attraverso la stilizzazione dei personaggi, la dilatazione degli spazi e dei tempi e soprattutto l’espediente cromatico. Tam sperimenta con i bianchi, i rossi e i blu, sulla direzione di “Deserto rosso” e soprattutto “Zabriskie Point” (il regista si recò di proposito nello stesso deserto californiano filmato da Antonioni). Ma non si tratta di sterile citazionismo derivativo: le moderne correnti europee sono solo un punto di partenza su cui trapiantare una sensibilità propria, molto più violenta, gridata e ruggente (e proprio per questo, per certi versi, più efficace). “Love Massacre” vive tutto nel contrasto tra la stasi della prima parte e la progressiva escalation verso tonalità di rosso sempre più profonde, che sfociano nel sangue dell’atroce mattanza finale. Peccato solo che la copia proiettata (a quanto pare l’unica rintracciabile) fosse censurata nelle scene più cruente e… i colori fossero sbiaditi. L’effetto è quello che ci sorprende quando guardiamo scultura greca ai nostri giorni: possiamo solo immaginare lontanamente quale doveva essere la sua bellezza originaria.
“Nomad” (1982) è accostabile per certi versi a “Love Massacre”, da cui riprende – oltre ai soliti riferimenti a Godard e Antonioni – il contrasto di toni tra una prima parte più piana e una seconda tragica e sanguinaria. L’apparente stridore tonale descrive in realtà un percorso coerente: si passa dalla spensieratezza giovanile (ritratta con una freschezza invidiabile, basta pensare alla sequenza nella piscina) al soffocamento della libertà tipico dell’età adulta. Il tutto con un’implicita riflessione politica (sulle deleterie influenze esterne, di Giappone, Europa, Cina, nella società di Hong Kong) mai invadente né didascalica. E con uno sguardo sul paesaggio urbano, notturno e bagnato dal neon, di una bellezza abbacinante.
“Final Victory” (1987) è un film davvero unico, frutto di una strabiliante congiunzione astrale che ha riunito Patrick Tam alla regia, Wong Kar-wai alla sceneggiatura e Eric Tsang e Tsui Hark (che per chi non lo sapesse è anche un discreto attore) nel cast. L’opera fa parte del secondo periodo di Tam, caratterizzato da una vena più popolare e per questo motivo all’epoca oggetto di critiche. Invece il regista equilibra perfettamente esigenze commerciali con gusto estetico, realizzando forse una delle sue opere più compatte. Forse uno degli esempi migliori di ciò che poteva essere il cinema di Hong Kong degli anni d’oro: perfetta declinazione di commedia, romanticismo e gangster movie, apparentemente leggero ma, sotto sotto, intenso, profondo e toccante. Eric Tsang è monumentale.
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