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Future Film Festival – 21/22 gennaio 2006 »

Ice Ace 2 – snake preview
di Carlos Saldanha
Usa 2005

Avendo visto in anteprima mondiale alcune immagini, peraltro ancora non del tutto rifinite e non del tutto definitive, di “Ice Age 2: The Meltdown”, mi sento in dovere di spendere qualche parola. Non che ci sia molto da dire: la Blue Sky continua a percorrere sempre la solita strada, fatta di comicità “fisica” ed elementare, indirizzata a un pubblico prevalentemente infantile, laddove invece Pixar e Dreamworks si collocano su un livello più complesso, stratificato, culturalmente connotato. Vale a dire, niente citazioni colte o parodie raffinate, ma capitomboli, fughe, cadute, inseguimenti, e ancora capitomboloni. Stop. La grafica invece ha fatto passi da gigante: le pellicce degli animali in particolare raggiungono il fotorealismo.

Kairo
di Kiyoshi Kurosawa
con Koji Koji Yakusho Junko Jun Fubuki
Giappone 2001

Da uno come Kiyoshi Kurosawa ci si può aspettare tutto meno che un horror convenzionale. E, in effetti, pur rispettando tutte le convenzioni delle ghost stories nipponiche, il regista usa il genere come un pretesto per imbastire la consueta riflessione sull’isolamento dell’uomo moderno (ma non solo) nella società giapponese (ma non solo). Non è un caso, quindi, che la maledizione degli spiriti stavolta corra attraverso i nodi della Rete, né che scelga come forma per concretizzarsi quella del suicidio. Uno stile lento, essenziale e contemplativo, che si circonda di spazi vuoti e di ombre confuse.

Hausu
di Nobuiko Obayashi
con Kimiko Ikegami, Kumiko Ooba, Ai Matsubara, Miki Jinbo, Youko Minamida
Giappone 1977

La sorpresa della rassegna sui fantasmi giapponesi. Sulla carta, un film dell’orrore dal plot che più convenzionale non si può (genere casa infestata). In realtà, pura esperienza visiva lisergica. Il regista si fa beffe delle convenzioni filmiche e sperimenta soluzioni visive oltre ogni limite. Estremo, surreale, kitch, situazionista, eversivo: gran parte del cinema giapponese contemporaneo che ha il coraggio di osare forse viene da qui. Immerso fino al collo nella cultura iper-pop degli anni ’70: Andy Wharol l’avrebbe venerato come un feticcio.

Yotsuya Kaidan
di Kenji Misuri
con Kazuo Hasegawa, Yasuko Nakata
Giappone 1959

Indispensabile per scoprire le origini della moderna Sadako, “Yotsuya Kaidan” è un racconto tradizionale giapponese adattato numerose volte in forma cinematografica (vedi anche il film di Nakagawa Nobuo). Questa versione del grande Kenji Misumi parte quieta e misurata, piena di dialoghi, diretta in maniera molto classica quasi fosse un dramma in costume. Ma sul finale, durante la manifestazione ectoplasmatica, esplode improvvisamente, regalando immagini suggestive con una certa dose di visionarietà (oltre agli immancabili capelli neri, la mano che fuoriesce dalla tinozza).

Mind Game
di Masaaki Yuasa
Giappone 2004

“Mind Game” è una di quelle esperienze che bisogna vivere direttamente, tentare di descriverla sarebbe inutile e pressoché impossibile. Questo esperimento nasce da una folle pretesa: mostrare il fluire degli eventi nella vita vera, le imperscrutabili coincidenze del destino, l’inesauribile potere della volontà individuale, la complessità del mondo e l’inestricabile intrecciarsi delle vicende di ogni uomo. Il tutto con uno stile eclettico e innovativo (chi ha visto il precedente “Nekojiru-so”, di cui Masaaki Yuasa era animatore, sa cosa aspettarsi): un ibrido tra disegno bidimensionale, grafica tridimensionale e inserti dal vivo. Molte (quasi tutte) le immagini da ricordare: dalla scena action nel ristorante alla rappresentazione dell’aldilà, da un folle inseguimento in automobile alla fantasmagorica descrizione di un amplesso. Sarebbe perfetto se non fosse per una parte centrale un po’ troppo statica e lenta. Forse il film più interessante visto in quest’edizione del Future Film Festival.

Future Film Festival – 18/19/20 gennaio 2006 »

Wallace & Gromit – The Curse of the Were-rabbit
di Steve Box e Nick Park
Gran Bretagna 2005

Se non conoscete ancora Wallace & Gromit dovete rimediare subito. Se invece vi è familiare la strampalata coppia formata dall’intraprendente cagnolino e dal suo padrone formaggivoro, sapete già che non dovete perdervi la loro nuova avventura in plastilina (beh, a meno che non siate questo triste uomo qui :D ). Il lungometraggio non intacca lo smalto e il ritmo che ha da sempre contraddistinto la serie di Steve Box e Nick Park: comicità ingegnosa (i giochi di parole con i cartelli e le insegne sono quanto di più spassoso abbia visto), lieve eppure pungente, composta eppure sottilmente eversiva, tutta british eppure universale. Una parodia mattacchiona degli horror classici (su tutti, quelli della Hammer ovviamente), che scherza con alcuni topoi del genere, come quello del predicatore un po’ sciroccato, e infarcita di citazioni che vanno da “Harry Potter” a “King Kong”. Coniglietti adorabili.

 

Mirrormask

di Dave McKean

Stephanie Leonidas, Rob Brydon, Gina McKee
Gran Bretagna/USA 2005
 
Non intendo sbilanciarmi troppo nel giudizio di questo film, in quanto non conosco approfonditamente l’opera del duo Neil Gaiman/Dave McKean. Dimenticate però il cinismo, la cupezza e la profondità metafisica delle pagine di Sandman, ché questa è una favola per bambini. L’aspetto dark rimane un’estetica di facciata: al di là delle fantasmagorie grafiche con cui è reso l’universo oscuro dello specchio, viene racconta con un pochino di retorica e un pizzico di melensaggine la storia di un’adolescente, figlia di gestori di un circo, che deve affrontare l’improvvisa malattia della madre. Un inno al potere della fantasia, che risulta però fiacco e esageratamente lungo. E poi, basta con gli universi attraverso gli specchi e con le storie infinite!

 

One man band
di Mark Andrews e Andrew Jimenez
USA 2005

Il corto della Pixar che accompagnerà “Cars” all’uscita nei cinema potrebbe esemplificare il concetto di perfezione. Ogni nota della colonna sonora è sincronizzata al nanosecondo con l’immagine, ogni gesto dei personaggi, ogni cambio d’inquadratura è studiato in modo da risultare il più efficace possibile. E, soprattutto, la storia, una gara tra due artisti da strada per conquistarsi il centesimo di una bambina, è divertentissima. L’unico difetto (ammesso che lo sia davvero) è  che non si segnala per una particolare innovazione tecnologica.

Ho visto anche il trailer di “Cars”  e pare presentarsi proprio come l’ennesimo colpaccio della Pixar (c’è pure  una cinquecento con l’accento italo-americano e un furgone Wolsvagen hippie).

Kwaidan
di Kobayashy Masaki
con Rentaro Mikuni, Michiyo Aratama, Misako Watanabe, Tatsuya Nakadai

Giappone 1964

Più che un horror a episodi, una libera sperimentazione artistica che spazia dalla stilizzazione del kabuki all’astrattismo, dalle avanguardie cinematografiche (surrealismo, espressionismo) al paesaggismo pittorico. I quattro episodi sono uno più folle dell’altro: un uomo assalito dai capelli della moglie fantasma, uno concupito dalla donna delle nevi, un poveraccio a cui i fantasmi strappano le orecchie. Ma quello veramente sensazionale è l’ultimo: “un uomo vede un volto in una tazza di tè e fa l’esperienza di trangugiarne l’anima”. Surreale, delirante, onirico, precursore (i capelli di Sadako). Fondali dipinti, fermi immagine improvvisi, inquadrature impossibili e cento altre diavolerie che neanche immaginate.