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Future Film Festival 2007 – Una conclusione »

Mentre si sta svolgendo l’ultima giornata del Future Film Festival 2007 io me ne sto nella mia cameretta con l’influenza e a scrivere probabilmente sotto l’influsso della FEBBRA. Peccato, perché mi attendevano alcune sorpesine finali come “Kemonozume” di Maasaki Yuasa e “Girl of Time” di Nobuiko Obayashi (il geniale autore di “Hausu”).
 
Tocca così tirare prematuramente le somme di questa edizione, che ha visto sicuramente annate migliori, soprattutto a causa dell’azzeramento dei fondi del Comune di Bologna. Un’edizione più cheap ed essenziale (si nota soprattutto la mancanza di uno degli elementi fondamentali per ogni Festival che si rispetti: i GADGET), funestato da tanti piccoli problemi organizzativi (come il mancato arrivo del responsabile della Aardman), molti dei quali non direttamente dipendenti dall’organizzazione. Non è possibile dunque prendersela più di tanto con la direzione, si tratta di crisi congiunturali che tutti i settori della cultura stanno attualmente attraversando in questo paese (e se l’Emilia Romagna e Bologna hanno difficoltà figuratevi le altre Regioni…).
 
Per quanto attiene alla selezione, pochi sono stati i titoli entusiasmanti, molte le opere gradevoli, molte anche le delusioni. La parte del leone, come era facile prevedere, l’ha fatta l’animazione giapponese: “Bakeneko tale” e “The girl who leapt throught time”, ad esempio. Sono stati scelti molti film provenienti da Cannes, ma sono mancati quelli del Festival di Venezia (dove pure lo scorso anno c’era molta animazione: Goro Miyazaki, Satoshi Kon, Mamoru Oshii, ecc..). Peccato.
 
Ringrazio per la compagnia Carlo e Luca (complimenti anche per il lavoro svolto) e alla combriccola di Asian Feast: Val, Mdm, Tif e tutti gli altri. Invece una sonora pernacchia ai cinebloggers che hanno tutti snobbato l’evento.
E per concludere: il premio per il titolo più brutto dedicato al FFF apparso sulle pagine nazionali va al Corriere della Sera On Line.

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Future Film Festival 2007 – IV giorno (20 gennaio 2007) »

-         Arthur e il popolo dei Minimei
di Luc Besson
con Freddie Highmore, Mia Farrow
Francia/Usa 2006
 
Nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi è ufficiale: Luc Besson si è ormai bevuto il cervello. Che il regista parigino si fosse messo in testa di “voler far l’ammeregano” lo si sapeva da sempre, ma ormai l’autore di “Léon” e “Nikita” (bei tempi quelli) importa dal modello Usa soltanto le caratteristiche più scontate e superficiali. Questo “Arthur e il popolo dei Minimei” è una specie di incrocio tra “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” e “David Gnomo”, dove un bambino che per recuperare il tesoro del nonno – bisogna pagare i debiti per riscattare la casa, proprio come nei “Goonies” – si catapulta nel mondo di questi Minimoys, una tribù di folletti alta due millimetri che vivono nel giardino di casa, realizzata totalmente in computer graphic. Nessuna delle situazioni, battute, personaggi, riferimenti che popolano ciclicamente il cinema per l’infanzia da, diciamo, vent’anni ci è ovviamente risparmiato. 
In realtà Besson dirige pensando probabilmente più al videogioco che al film: la maggior parte delle sequenze si risolve in: correre, fuggire, combattere i nemici, sciogliere enigmi, e robe così. Più verosimilmente il prodotto cinematografico è un derivato del videogame (anche questo presentato al Future Film Festival) e non viceversa. D’altronde si sa che oggi il mercato più remunerativo dell’intrattenimento è quello dei giochi elettronici. Tutto sommato Luc Besson forse non si è proprio bevuto il cervello.
Con la partecipazione della solita vagonata di star superpagate per pronunciare un paio di battute a un microfono (Madonna, Robert De Niro, David Bowie, Snoop Dog, Harvey Keitel, ecc..) e con una resuscitata Mia Farrow. In compenso c’è da dire che il culo digitale della principessa minimea non è male.
 
-         The girl who leapt throught time
di Mamouro Hosoda
Giappone 2006
 
Che cosa accadrebbe se una normalissima studentessa di liceo, carina ed estroversa, acquisisse improvvisamente la facoltà di balzare indietro nel tempo? Ma naturalmente impiegherebbe il miracoloso potere per le sciocchezzuole più banali e futili, come tornare a mangiare il pudding che le ha spazzolato la sorella, cantare al karaoke con gli amici per dieci ore di fila, o superare brillantemente i compiti in classe. Ma la ragazza scoprirà ben presto che i salti temporali possono nuocere alle persone che la circondano e, tra i primi piccoli problemi di cuore e gli sconquassi confusionali tipici della pubertà, crescerà imparando a dare il giusto valore al tempo.
Perfetta commistione tra fantascienza – il film è tratto da un racconto di Tsutsui Yasutaka – e commedia scolastica shojo, ricco di momenti piacevoli e divertenti, “The girl who leapt throught time” non è altro che un racconto di formazione che fa ricorso a una prospettiva originale e insolita. Il regista Mamouro Hosoda, che per la Toho aveva realizzato prevalentemente anime rivolti a un target infantile, passa alla Mad House cimentandosi per la prima volta con il genere adolescenziale e ottenendo in patria un enorme successo di critica e pubblico.
Per quanto mi riguarda non chiedo altro: buon “cinema d’animazione medio”, gradevole e ottimamente disegnato nello splendore delle sue due dimensioni. Ormai solo l’Oriente produce opere di questo genere. Anche il pubblico del Future Film Festival ha apprezzato molto.

Future Film Festival 2007 – III giorno (19 gennaio 2007) »

-         Black Jack – The Two Doctors of Darkness
di Makoto Tezuka
Giappone 2005
 
Comincia bene, con un’ansiogena sequenza in cui una bomba sta per esplodere in un grande magazzino, che sembra una citazione a metà tra Hitchcock e De Palma (per lo split screen). Ma sfortunatamente le aspettative vengono disattese quasi subito: la tensione cala ben presto, perdendosi del tutto in un intreccio eccessivamente lineare ed elementare, cui la poca credibilità degli eventi dà la mazzata finale.
Peccato perché la complementarietà necessaria tra la figura di Black Jack, chirurgo miracoloso quanto costoso, strenuamente attaccato alla vita dei suoi pazienti, e la sua nemesi Kiriko, l’”Angelo della morte” che fa dell’eutanasia una vera e propria missione (oltre che un lucroso lavoro), era un tema parecchio affascinante.
Un lungometraggio d’animazione molto naif, vecchio stampo, a partire dal disegno che conserva scrupolosamente il Tezuka’s touch. Tuttavia un impianto del genere ai giorni nostri risulta troppo ingenuo (cose come l’aiutante-bambina Pinoko e il cane mascotte appartengono a un’era ormai trascorsa dell’animazione giapponese) e forse un’operazione di ammodernamento si sarebbe resa necessaria (per quanto possa capire che l’opera dell’“Imperatore dei manga” possieda un’aura di intoccabilità).
L’impressione è che Makoto Tezuka si limiti ad eseguire il compitino senza particolare passione, preoccupandosi forse troppo della fedeltà al testo originale e finendo per rimanere imprigionato tra le orme paterne (com’è successo anche a Miyazaki junior). Forse se se ne fosse occupato Rintaro…
 
 
-         La principessa dal ventaglio di ferro
di Wan Laiming e Wan Guchan
Cina 1941
 
Il primo lungometraggio d’animazione cinese, dopo essere stato restaurato e presentato nell’ambito della “Storia segreta del cinema asiatico” della 62 Biennale di Venezia, ha conosciuto una seconda giovinezza e un’ampia popolarità anche in Italia. Non potevo quindi esimermi da recuperare questo grande classico, un vero e proprio film “fondativo” per diversi motivi. Realizzato dai fratelli Wan, i primi animatori della Cina e completato con notevoli difficoltà durante l’occupazione giapponese, il lungometraggio è anche il primo di una lunga serie di adattamenti del “Viaggio in Occidente”, antichissimo e celeberrimo racconto della tradizione cinese in cui compare anche il personaggio dello “Scimmiotto” (che si “reincarnerà” anche nel Son Goku di “Dragonball”). Quando si dice “pietra miliare”. Quando si dice “fascino rimasto immutato nel tempo”. Nonostante qualche piccola imperfezione qua e là nelle animazioni, lo sforzo tecnico per l’epoca è davvero notevole e non ha nulla da invidiare alle produzioni Disney dello stesso periodo.
 
-         Princess
di Anders Morgenthaler
Germania/Danimarca 2006
 
“Princess” nasce da una sfida: riuscire a raccontare attraverso lo strumento dell’animazione temi problematici e delicati come la pornografia, la violenza, gli abusi sui minori. Il regista danese Anders Morgenthaler si affida a un ibrido di tecniche per convogliare le tensioni emotive e donare profondità ai personaggi: animazione bidimensionale che costituisce la quasi totalità del racconto, sequenze animate in 3D per alcune situazioni di forte impatto e filmati con attori in carne e ossa che ricostruiscono il passato dei protagonisti.
Il film, presentato con successo allo scorso Festival di Cannes, vince però la sfida solo a metà. Da una parte dimostra come il disegno animato non abbia nulla da invidiare al live action quanto a carica drammatica, scavo psicologico ed espressione dell’emotività (ma questo lo si sapeva già da tempo). Dall’altra l’opera di Morgenthaler suscita più di una perplessità per quanto attiene all’impostazione ideologica di fondo: a parte alcune scene che paiono essere messe lì giusto per provocare e far scandalo, il racconto è condotto secondo un punto di vista abbastanza moralistico e manicheo.
Il protagonista August, nel momento in cui la sorella, famosa pornodiva, muore lasciando orfana la figlioletta Mia, non trova niente di meglio che tramutarsi in un “giustiziere del porno” e distruggere tutto il materiale a luci rosse che la riguarda. Anche Mia verrà coinvolta in questa folle escalation vendicativa che non potrà che sfociare nell’autodistruzione più totale. La sequenza finale, artificiosamente riparatoria, stride molto con il contesto generale e fa accrescere l’amaro in bocca. 

Future Film Festival 2007 – II giorno (18 gennaio 2007) »

-         McDull, the Alumni
di Samson Chiu
con Albert Au, Convoy Chan Chi-Chung, Jaycee Chan, Bo-lin Chen
Hong Kong 2006
 
McDull è il maialino più famoso di tutta Hong Kong. Le sue avventure, a metà tra cartone animato e live action, sono un grosso successo locale (l’umorismo è troppo provinciale e giocato sui doppi sensi della lingua cantonese per poter essere esportato), che sta dando vita a una vera e propria saga cinematografica. “McDull, the Alumni” è il terzo capitolo della serie, diretto non più da Toe Yuen, ma da Leung Chun “Samson” Chiu, che ci catapulta nell’asilo di McDull, dove il porcellino e i suoi amici animali vengono educati per divenire i futuri “pilastri della società”. Le sequenze girate dal vivo (con un parterre di camei d’eccezione, che annovera tra gli altri Anthony Wong, Isabella Leong, Nicholas Tse ed Eric Tsang) invece mostrano per contrasto il duro mondo del lavoro che i vecchi alunni, ormai diventati grandi, sono costretti ad affrontare. La brulicante e indaffarata società hongkonghese è descritta in maniera surreale e bonariamente satirica, proprio come la vedrebbe un bambino dell’asilo: tutte le gag sono giocate praticamente solo su cibo, pupù, o pipì (memorabili soprattutto la torrenziale minzione dello scolaretto che inaugura il film, ma anche la trasmissione televisiva incentrata sulla scottante tematica della “cacca a palline”). Davvero strampalato, anche perché qua è la si insinuano momenti decisamente surrealisti (il folle numero musicale dedicato alla verdure grigliate, in cui compare un Christopher Doyle canterino e un uomo travestito da donna che si chiude in una bara color pastello; oppure Antony Wong capitano di vascello che si taglia una chiappa per sfamare i sui passeggeri), o stranamente malinconici (l’uomo smemorato perso nella metropoli).
 
 
-         Ayakashi – Bakeneko Tale (ep. 9-10-11)
di Nakamura Kenjii
Giappone 2006
 
Sicuramente una delle cose più affascinati viste sinora. “Ayakashi” è una serie horror prodotta dalla Toei che riesce nella dura impresa di fondere armonicamente classicità e modernità. Classicità per i temi (la serie è strutturata in terne da tre episodi, ognuna dedicata a un racconto folklorico dell’orrore: “Yotsuya Kaidan”, “Bakeneko” – presentato al Festival – e “Tenshu Monogatari”), ma anche per i riferimenti grafici, che richiamano le tradizionali stampe giapponesi (negli episodi in questione le immagini paiono essere disegnate su carta di riso). Modernità per lo stile narrativo quasi sperimentale, giocato sui tempi morti e su tagli di inquadratura e raccordi inusuali, proprio come i migliori film horror nipponici, ma anche perché il disegno viene rielaborato con tecniche digitali e adattato alle nuove tendenze. Nei primi due episodi si avverte qualche calo di tensione, ma il terzo, grazie anche alla sorprendente rivelazione architettonica finale, è uno spettacolo.
 
 
-         Origin – Spirits of the Past
di Sugiyama Keiichi
Giappone 2006
 
Anche a non saperlo, lo si intuisce subito. “Origin – Spirits of the Past” è il primo lungometraggio d’animazione realizzato dallo studio Gonzo, famoso in Italia soprattutto per la serie televisiva di “Last Exile”. E, in effetti, chi conosce “Last Exile” sa cosa aspettarsi anche dal film di Sugiyama Keiichi, a partire dalla solita commistione tra grafica bidimensionale (ben curata) e tridimensionale (un po’ rozza), che non sempre si amalgamano a dovere. Ma, al di la della cifra estetica, che può essere più o meno apprezzata a seconda dei gusti personali, il problema principale di “Origin” sta in soggetto e sceneggiatura: un pasticcio che mescola (anche qui senza amalgamare) futuri post-apocalittici con druidi delle foreste, supereroi dalla argentea chioma con ingegneria genetica e armi di distruzione di massa. La morale della favola è sempre quella: bisogna che l’Uomo impari a convivere con la Natura, ma “Nausica” lo aveva già detto, e con ben altro spessore e lirismo.
 
-         Silk (Guisi)
di Su Chao-pin
con Chen Chang, Chun-Ning Chang , Bo-lin Chen 
Taiwan 2006
 
I taiwanesi fanno horror strani. “The Heirloom”, visto alla scorsa edizione del Far East Film Festival, parlava di spiriti allevati cibandosi di feti umani (!). “Silk” parla di un Mulder e una Scully “made in Taiwan”, che per conto del governo fanno esperimenti sull’anti-gravità. A questo scopo riescono a catturare il fantasma di un bambino che uccide chiunque lo guardi negli occhi e si collega alle anime delle vittime tramite un fil di seta (!!!). Mano a mano che si va avanti “Silk” diventa sempre più sconclusionato (la scena in cui lo spettro compare nella zuppa…) e si ibrida con generi differenti (dalla fantascienza, al poliziesco, al melodramma). Il divertimento per le trovate non manca, la paura un po’ sì.

Future Film Festival 2007 – I giorno (17 gennaio 2007) »

-         Evento The Simpson movie
 
Stando a quanto recita il programma ufficiale (“anticipazioni in anteprima mondiale del film dedicato alla famiglia più celebre della televisione”) a qualcuno (tipo me) poteva venire in mente che sarebbero stati proiettati alcuni spezzoni in anteprima del lungometraggio d’animazione più atteso della prossima stagione (sugli schermi italiani dal 22 settembre 2007). Invece no, e la cosa puzza un tantino di sola. Di materiale propriamente finito si vedono solo i due trailer ufficiali, quelli che ormai conosce il Globo intero. Ci sono solo milioni di interviste al team della produzione, alcune delle quali interessanti (ad esempio quelle riguardanti un’innovativa tecnica di realizzazione dei bozzetti, che consiste nel disegnare direttamente sullo schermo con una speciale penna), molte altre ripetitive. Il film si avvale di un impiego massiccio della computer graphic per dare una profondità quasi tridimensionale ai personaggi, creare le ombre e le sfumature di colore e per realizzare alcuni effetti speciali. Durante l’incontro sono state diffuse solo informazioni tecniche: non si sa nulla della sceneggiatura (che a quanto pare è ancora suscettibile di revisioni e cambiamenti), del resto è abbastanza comprensibile che la Fox tenga ancora tutto sotto chiave. Capirete quindi che sul finire la conversazione incominciava a diventare noiosetta (l’animatrice italiana Silvia Pompei ha intrattenuto il pubblico per più di due ore). Per fortuna è arrivato il Tonino Accolla nazionale che, gigioneggiando come e forse più delle star che doppia di solito, è salito sul palco a cincischiare, portandosi pure appresso l’amico Alessandro Bergonzoni.
 
-         Barnyard – Il Cortile
di Steve Oederkek
Usa 2006
 
Io sono un essere gelido e senza cuore che odia i cartoni in 3D con protagonisti animali antropomorfi. E allora che ci sono venuto a fare alla proiezione di “Barnyard”? Bhé, innanzi tutto era il film della serata inaugurale del Festival (strana scelta: non è che si tratti propriamente di un titolone di richiamo, l’anno scorso, per dire, ci siamo gustati “Wallace & Gromit e la maledizione del coniglio mannaro”). E poi perché il cartone è scritto e diretto da Steve Oederkek, di cui io sono l’unico fansss italiano. O almeno lo ero fino a ieri. Perché “Barnyard” fa veramente venire il latte alle ginocchia (perdonate la freddura, visto che si parla di bovini): il character design sa di già visto; l’animazione tridimensionale è molto grezza se paragonata alle meraviglie di Pixar, Dreamworks, o anche Blu Sky, si è riso pochissimo (non solo io, che sono senza cuore, ma tutto il pubblico presente in sala) e infine la morale di fondo è estremamente convenzionale e, a parer mio, anche un tantino reazionaria. Il padre-vacca Ben (ma non dovrebbe essere un toro?) è un leader tutto testosterone e taurina che vuole costruire recinti-preventivi contro le minacce terroristiche di alcuni coyotes, arrogandosi il diritto di difendere tutta gli animali che ritiene più deboli. Il figlio-bove Otis abbandonerà il fancazzeggio casinaro seguendo l’orma paterna solcata dalle responsabilità. Ecco come si educano i nuovi pargoli nell’era del bushismo
Da salvare solo la voce cavernosa del cowboy Sam Elliot (soprattutto quando intona una ballata country). Oederkek faceva cose molto più divertenti con le mucche in "Kung Pow".

Lo sapevate che… »

- Esiste un classificone ufficiale della cinebloggers connection?

-  Nel caso non siate ancora soddisfatti -ingordi!- esiste anche un aggregator stile wikipedia con tutti i voti dei singoli cinebloggers?

- Io sono l’unico essere vivente sulla Terra a eccitarsi per questa notizia e ad andarne per giunta fiero?

- Dal 17 al 21 gennaio si svolgerà a Bologna il Future Film Festival 2007. Qualunque festival che esibisce come titolo di punta "Arthur e il popolo dei Minimei" non può che suscitare in me qualche dubbio in merito alla sua effettiva credibilità. Eppure rimango fiducioso, foss’anche solo per il reparto animazione giapponese che, tra uno Shinichi Watanabe e un Masaaki Yuasa, tra un Makoto Tetsuka e un Mamoru Hosoda, qualcosa di buono dovrà pure sfornare. In ogni caso dovrei come al solito assolvere al mio dovere di cronaca non retribuita (eccetto i primi due giorni, causa esami).

- Il tema musicale di "Alta Tensione" di Mel Brooks è un plagio di "Romagna Mia"?

- Ho sviluppato una compulsione per i link? Beccatevi pure questo, che mi fa ridere da cinque giorni ininterrottamente.