Per conoscere questo blog e chi è l'autore vai nella pagina Info.


Al voto, al voto! »

Premessa: il pagellino è frutto di considerazioni assolutamente soggettive e di una frequentazione solo parziale della Festa di Roma (e della Biennale di Venezia). I giudizi sono formulati esclusivamente dal mio punto di vista: non un giornalista, né un distributore o produttore cinematografico, ma un semplice appassionato cinefilo che segue i festival con il solo scopo di vedere bei film. E vengono privilegiati soprattutto gli aspetti pratici, che possono magari tornare utili a chi ha intenzione di assistere alle prossime edizioni.

Organizzazione: è il punto debole di entrambe le manifestazioni. Venezia è per sua intrinseca natura insulare un caos. Ma neanche Roma scherza: il traffico capitolino è leggendario e, nonostante fosse disponibile una linea d’autobus molto efficiente, risultava comunque disagevole spostarsi da una zona all’altra della Festa. Anziché disperdere gli eventi sull’intero territorio cittadino (anche se capisco che l’intento era quello di coinvolgere tutti i quartieri della Capitale) sarebbe stato meglio concentrare il più possibile gli eventi principali nell’Auditorium (almeno quelli riservati agli accreditati), magari costruendo qualche altra sala sul modello del Palaromauno.
Roma:   Venezia:

Strutture: su questo aspetto è scontata la vittoria di Roma. Venezia avrà sempre dalla sua il fascino e l’eleganza dei palazzi storici del Lido, ma L’Auditorium di Renzo Piano è moderno, enorme, funzionale, l’ideale per eventi mastodontici di questo tipo. Come se non bastasse molti stand e infrastrutture sono stati costruiti ex novo per l’occasione. Il complesso lagunare, che ha alle spalle settant’anni di storia e d’umidità palustre, avrebbe invece urgente bisogno di una ristrutturazione, anche se trovare i fondi immagino non sia impresa proprio facilissima.
Roma:   Venezia:

Prezzi: Se pensavate che i commercianti del Lido fossero una gigantesca associazione a delinquere dovreste farvi un giro all’Auditorium; 3,50 € per una fetta striminzita di pizza e 4 € per un hot doggino (di vero cane, a giudicare dal sapore), 3 € per una confezione di Ritz. E questo per rimanere sul gradino più basso della scala alimentare: se volete un primo o un secondo è meglio tirare fuori il libretto degli assegni. Però il Parco della musica ha dalla sua il considerevole vantaggio di non trovarsi su un’isola e il pubblico può quindi spingersi in avanscoperta alla ricerca di locali più economici. Stesso discorso vale per l’alloggio, ma non aspettatevi di trovare cifre molto più basse di Venezia (una singola si aggira sempre sui 40-50 €, se siete fortunati, ma più ci si avvicina al centro più i costi salgono).
Roma:    Venezia:

Biglietti/Accrediti: La strategia di Roma è dichiaratamente improntata sulla politica dei prezzi popolari. I biglietti delle proiezioni costavano dai 4 ai 7 euro, contro le cifre stratosferiche (anche 30 euro per una prima serale con gli attori) di Venezia. A conti fatti però questa scelta non si è rivelata vincente, perché i biglietti per gli eventi più importanti si sono esauriti in poche ore e molta gente, presa dalla compulsione, ha acquistato posti per spettacoli di cui in condizioni normali non gliene sarebbe fregato di meno. Inoltre la Festa di Roma non ha messo a disposizione né abbonamenti, né speciali carte sconto come la tessera under 25 veneziana.

Discorso diverso per gli accrediti. Bisogna dire che a Roma gli accreditati culturali sono trattati quasi come esseri umani: possono aver accesso alle proiezioni stampa con la stessa priorità dei giornalisti (tranne nella sale del Metropolitan, più piccole), hanno diritto alla connessione wireless (ma non alle postazioni pc della sala stampa) e ai bus navetta gratuiti. La nota dolente è che per tutti gli spettacoli non riservati agli accreditati bisognava obbligatoriamente ritirare speciali biglietti alle casse. Il problema è che all’Auditorium c’era soltanto una biglietteria abilitata (a fronte delle migliaia di botteghini riservate ai “civili” sparse per la città), di conseguenza toccava ogni mattina fare almeno un’ora di fila. Inoltre bisogna decidere il programma in anticipo, perché gli sportelli chiudono alle 12.00. E se ti si scombussolano gli appuntamenti all’ultimo minuto sono cavolacci tuoi.A Venezia è più facile: fai la fila e se c’è posto entri. Lo stress c’è sempre, ma almeno puoi cercare di imboscarti all’ultimo momento. Io così riuscivo a vedere molti più film.
Roma:   Venezia:

Vippaio: Se siete amanti di questo genere di cose accomodatevi pure; Roma straripa di vippume, dal livello più nobile (grandi attori e registi nazionali e internazionali), fino a quello più becero che col cinema poco c’azzecca (il folto clan televisivo romano e tutta la grande famiglia delle vallettine, letterine, calendarine, ecc, ecc). Ed è pure facile abbordarli mentre camminano per i corridoi dell’Auditorium. Non che Venezia sia parca di star, ma (per fortuna) il glamourama non è l’elemento esclusivo, né quello preponderante.
Roma:   Venezia:

Selezione Film: Giorgio Gosetti l’anno scorso diceva a noi studenti di Bologna che quando si organizza un festival la scelta dei film è un problema secondario, accessorio; la cosa principale è “montare l’evento”. Scorrendo il programma romano, pare proprio che sia stata questa la filosofia di fondo. Alcuni parlano di scarti veneziani: se non è così, poco ci manca. In ogni caso il carnet offerto era appetibile più per la gente comune drogata di star hollywoodiane che per i cinéphile. Limitatamente al poco che ho avuto modo di vedere, Venezia è ancora il festival numero uno in Italia quanto a importanza e qualità dei titoli in programma (siano essi in concorso, première, o rassegne). Anche negli eventi collaterali la Festa di Roma ha dato l’impressione di privilegiare più l’apparenza che il contenuto, le paillette e la “Dolce vita style” piuttosto che l’approfondimento delle tematiche. Però tanto di cappello per come è stata gestita la copertura mediatica.
Roma:    Venezia:

Festa di Roma: Domenica 15 Ottobre »

Mortacci. Sono ancora vivo, e la cosa non è poi così scontata di questi tempi. La trasferta romana è stata piccola ma devastante, funestata da grandi tragedie (io avevo preso la metro poco tempo prima) e piccoli disagi personali. Nel caos organizzativo sono riuscito a vedere meno film di quanto programmato (con alcune gravi perdite: “The Departed” e “Fascisti su Marte”) e quelli visti si sono rivelati meno belli di quanto sperato. Ma qualche soddisfazione è saltata fuori lo stesso, a volte inaspettatamente.
 
Veniamo ai saluti. Ringrazio Violetta Bellocchio per avermi allietato durante le proiezioni stampa e gruppuscoli sparuti di AsianFeast (Prisoner KSC2-303 e suo fratello, Jimmy Tong, Giampy-77, Luca), per non avermi fatto sentire l’unico far east fan dell’Auditorium Parco della musica.
 
E adesso beccatevi i film. Più avanti un resoconto completo della Festa e un confronto con Venezia.
 
Domenica 15 Ottobre
 
La vera leggenda di Tony Vilar
di Giuseppe Gagliardi
con Peppe Voltarelli, Totonno Chiappetta, Cristina Mantis, Dario De Luca
Italia 2006
[Extra]

Ok, confesso di essere entrato in sala per caso, perché avevo perso Patrick Tam e non sapevo che fare. E confesso anche di aver abbandonato la proiezione un’oretta abbondante prima della fine, ufficialmente perché ho fatto (invano) la fila per “The Departed”, non ufficialmente perché mi ero rotto le balle. Un solo aggettivo per definire questo mockumentary: trendy. Il revival melodico anni ’60, i migranti verso il nuovomondo, tutti gli stereotipi dell’italianità all’estero, soprattutto se calabrese e pugliese (e quindi vai di pizzica e taranta). E in più con uno stile da reality che da qualche anno sta inquinando il nostro cinema, soprattutto quello delle piccole produzioni indipendenti (un altro titolo del genere è il bruttissimo “Road to L – il mistero di Lovercraft”). E poi, dai, un film in cui recita uno che risponde al nome di Totonno Chiappetta non può essere preso sul serio. Buono al massimo per il Biografilm Festival (frecciatina), non certo per la Festa di Roma.

Festa di Roma: Lunedì 16 Ottobre »

The Go master (Wu Qinqyuan)
di Tian Zhuangzhuang
con Hironobu Nomura, Takashi Nishina, Yi Huang, Li Xuejian, Keiko Matsuzaka, Sylvia Chang
Cina/Giappone 2006
[Cinema ‘06]
 
Biografia di Wu Qinqyuan, uno dei più grandi maestri della storia del Go (complicatissimo gioco da tavolo d’origine cinese) e responsabile della diffusione di questa disciplina in Giappone. Tian Zhuangzhuang descrive il Go con toni misticheggianti e spiritualisti (il gioco in sé è sempre fuori campo, i personaggi prendono in mano le pedine con la stessa ieraticità di chi afferrerebbe i grani di un rosario). Lo stesso Wu è considerato una specie di santone, le cui abilità derivano direttamente da Dio. Non a caso per un certo periodo la vocazione religiosa prenderà in lui il sopravvento e si unirà a una setta. Vi è anche un sottotesto politico, perché il maestro è attivo durante la Seconda Guerra mondiale e la sua opera di divulgazione in territorio giapponese ne fa un alfiere di pace e di tolleranza (“Il Go non conosce nazioni”).
Praticamente è “L’ultimo imperatore” del Go: un ritratto agiografico e illustrativo, un album patinato privo di passionalità.
Voto:
 

 

L’Heritage (The Legacy)
di Géla Babluani, Temur Babluani
con Sylvie Testud, Stanislas Merhar, Pascal Bongard, Olga Legrand, George Babluani,
Georgia/Francia 2006
[Cinema ‘06]
 
Un caso cinematografico decisamente singolare. In un piccolo e lontano paese dell’Est un clan familiare (padre e figlio maggiore registi, figlio minore interprete) realizza piccole perle di (più o meno consapevole) genialità. Géla Babluani è anche il responsabile di “13 Tzameti”, presentato a Venezia nel 2005 e divenuto un piccolo cult sotterraneo (tanto è che hanno chiamato Gèla in Usa per dirigerne il remake…).
“L’Heritage” è imprevedibile e spiazzante, la storia prende pieghe sempre diverse, alcune delle quali non seguono un vero e proprio filo logico: un traduttore, un’eredità (che verrà quasi subito dimenticata), uno strano viaggio su una corriera scalcagnata, un muto che parla, un nonno che sta andando a farsi ammazzare e si fa accompagnare dal nipote, una faida dalle regole assurde. Le azioni si susseguono senza che la volontà degli uomini possa controllarle, le conseguenze dei comportamenti non sono mai predicibili. Gli stranieri è meglio che non interferiscano con gli affari nazionali: un velato messaggio alla Russia? Si rimane affascinati dal tono da tragicommedia e raggelati di fronte alla bellezza di certe immagini (il viso rugoso del vecchio nonno).
Voto:

 

L’Aria salata
di Alessandro Angelini
con Giorgio Pasotti, Giorgio Colangeli, Michela Cescon, Katy Louise
Italia 2006
[Cinema ‘06]
 
La storia di un padre e un figlio mai conosciutisi che dopo molti anni si ritrovano dalla parte opposta della barricata: l’uno detenuto per omicidio da vent’anni, l’altro giovane e determinato assistente sociale in quello stesso penitenziario. La scoperta per il ragazzo è all’inizio scioccante, ma con il tempo i due riescono a instaurare un dialogo, con la consapevolezza però che non è possibile ricominciare daccapo.
Il primo lungometraggio di fiction di Alessandro Angelini è al tempo stesso un lucido e realistico ritratto carcerario e un’analisi profonda e toccante delle dinamiche familiari. Tuttavia come opera prima sconta alcune ingenuità riconducibili a certi stereotipi da cinema italiano da cui si dovrebbe invece prendere le distanze: la colonna sonora gridata, la recitazione un po’ stefanoaccorseggiante di Giorgio Pasotti (Giorgio Colangeli è invece bravissimo), la superficialità del sottointreccio romantico. Però sono davvero piccole cose, che quasi scompaiono rispetto all’importanza e all’impegno del film.
Voto:

Festa di Roma: Martedì 17 Ottobre »

After This Our Exile (Fu Zi)
di Patrick Tam
con Aaron Kwok, Charlie Young
Hong Kong 2006
[Cinema ‘06]
 
Patrik Tam mette le mani avanti con una dedica iniziale che più o meno recita (vado a memoria): i film possono essere belli o brutti, ma l’importante è che scuotano lo spettatore aprendogli la porta a qualcosa che non ha mai sperimentato prima. “Fu Zi” va preso proprio così, nonostante tutti i suoi difetti, con la gioia di riabbracciare il maestro della new wave hongkonghese in pausa artistica da diciassette anni. Difetti che sono soprattutto di montaggio – viene quasi da credere alle voci circolanti che parlano di un rifiuto del film al Festival di Venezia perché montato male – imputabili all’attaccamento cieco e sconfinato di Tam per storia e personaggi, che gli impedisce di razionalizzare i tempi (150 minuti sono davvero un’esagerazione). Una trama così semplice ed essenziale – il disfacimento di una famiglia: il padre è un fannullone indebitato, la madre scappa via e si risposa e il figlio subisce da ambo le parti – avrebbe forse guadagnato da una narrazione più ellittica e smozzicata. Però lo stile di Tam inonda ogni inquadratura: le luci suadenti e vivide, i corpi ripresi sempre attraverso le sbarre (di una finestra, di una porta, un cancello), come ingabbiati dal circolo vizioso delle loro azioni che ne segna il destino, i primi piani struggenti.
Voto:
 
 
The Colonel (Mon Colonel)
di Laurent Herbiet
con Olivier Gourmet, Robinson Stévenin, Cécile De France
Francia/Belgio 2006
[Cinema ‘06]
 
Non dovrei scrivere nulla di questo film, perché in effetti non l’ho visto, se non per una manciata di minuti (dovevo correre a piazza del Popolo a vedere Zhang Yimou, che però, sorpresa sorpesa, all’ultimo momento è stato posticipato di mezz’ora). Però ci tenevo comunque a esprimere il seguente concetto: come si fa nel 2006 a fare ancora i flashback in bianco e nero? Cioè, quando il tenente incaricato di indagare sull’assassinio di un ex colonnello inizia a leggere il diario del suo vecchio attendente, prima c’è la soggettiva delle pagine, poi la voce off del tenente e poi parte il bianco e nero. Per carità, il film sarà anche importantissimo, vibrante denuncia sugli orrori commessi dall’esercito francese durante la guerra d’Algeria, dettagliata radiografia della depravazione del potere, ecc, ecc, però, cacchio, il bianco e nero…
 
 
Mille miglia… lontano
di Zhang Yimou
con Ken Takakura, Shinobu Terajima, Kiichi Nakai
Cina/Hong Kong/Giappone 2005
[Extra]
 
Che bello! Finalmente Zhang Yimou ha riposto nello sgabuzzino spade e pugnali e torna a dirigere ciò che sa fare meglio, vale a dire il melodramma intimista con pieghe e risvolti sociali. Kurosawiano nello stile (oltre le pennellate di certi paesaggi, il film mi ha ricordato a tratti “Vivere” e Ken Takakura dalla coppola onnipresente è monumentale quasi quanto Takashi Shimura e il suo cappello), “Mille miglia… lontano” affronta il tema dominante di tutta la Festa, vale a dire la riscoperta del legame padre-figlio, un percorso emotivo che in questo caso prende corpo in un viaggio reale, dal Giappone alla Cina. Scontri tra culture e scontri generazionali, difficoltà di comunicazione e incapacità di tradurre i propri sentimenti. Sicuramente non il migliore Yimou, ma comunque delicato, lieve e commovente.
Però non riesco a capire come il film possa essere stato censurato in Cina (almeno a quanto dice il Corriere…), Yimou ormai è perfettamente integrato nel regime, basta vedere come descrive la prigione, dotata di ogni confort (lettore dvd e megaschermo: non ce li ha neanche Borat), con secondini affabilissimi e condiscendenti e compagni carcerati da volemose bene.
Voto:
 
The Namesake
di Mira Nair
con Kal Penn, Tabu, Irfan Khan
Usa/India 2006
[Première]
 
L’ennesimo film ibrido indiano-americano, incentrato sulle difficoltà d’integrazione di una famiglia di Calcutta a New York e sulla crescita di un figlio dal nome importante (Gogol), in bilico tra abbandono e recupero delle proprie radici.
Quella della Nair è cucina indiana per occidentali, i piatti hanno un gusto meno speziato di quelli autentici per adeguarsi al nostro palato (ad esempio, la colonna sonora bollywoodiana è sostituita da un orribile pop Usa). La mistura degli ingredienti è però di migliore qualità rispetto a quel fast food, a metà tra McDonald e un chiosco di Kebab, che è Gurinder Chadha. Leggero (pur se con improvvise svolte drammatiche) ma non banale, affronta il tema del recupero delle tradizioni familiari e culturali attraverso un’idea affascinante: il nome come espressione dell’identità e solco in cui è tracciato il destino di un uomo.
Voto:
 
 
The Prestige
di Christopher Nolan
con Christian Bale, Hugh Jackman, Scarlett Johansson, Micheal Caine, David Bowie, Andy Serkis
Usa 2006
[Première]
 
Quando “The Prestige” è iniziato erano le 23.00, io ormai vivevo in uno stato allucinatorio causato dalle precedenti otto ore di visione continuata, e, considerando che la durata è di 135 minuti, non ho retto un granché bene. Però una cosa l’ho capita ugualmente, “The Prestige” è un bel film. E c’è David Bowie che fa lo scienziato pazzo. Magia, mistero, apparizioni, sparizioni, inganni, rivalità, sdoppiamenti (triplicamenti? Quadruplicamenti?), scienza ibridata con misticismo, il teletrasbordo, l’età vittoriana, cappelli a cilindro, uccellini spappolati, proiettili afferrati con le dita, prigioni dickensiane, lande innevate. The pledge, the turn, the prestige; l’occhio sa di essere ingannato, ma la mente vuole credere nell’inganno: di che cosa stiamo parlando se non del cinema?
Nessuno avrebbe potuto dirigere un film del genere meglio di Nolan, forse uno degli ultimi registi a essere così fortemente ancorato all’idea classica della settima arte come regno dell’illusione e dell’impossibile, dell’onnipotenza registica che arriva fino alla manipolazione delle leggi naturali (anche quelle dello spazio e soprattutto del tempo, a partire da “Memento”).
Voto:

Festa di Roma: Mercoledì 18 Ottobre »

La gang del bosco (Over the Hedge)
Di Tim Johnson
Usa 2006
[Fuori Concorso]
 
Inutile.
 
 
Sarei tentato di fermarmi qui, ma per senso del dovere metto insieme qualche altra riga. Si fa fatica a pensare che la Dreamworks sia caduta così in basso. Al confronto “Shrek” era una commedia di Billy Wilder. Qui siamo di fronte a una complessità dell’intreccio rigorosamente under-15, a un politically correct disneyano, a una bonacciona satira ecologista e anti-consumista (che novità), a una contrapposizione tematica natura-cultura, città-wilderness che si ripete stancamente di cartone in cartone (anche in “Cars…”), a personaggi che più che derivativi sono proprio scopiazzati (la donna in carriera con l’espressione da Crudelia Demon, il disinfestatore sadico clonato da John Goodman di “Aracnofobia”). E naturalmente non fa ridere. Non conosco le strisce di Micheal Fry e T. Lewis, ma sicuramente si meritavano un adattamento migliore.
L’unico interesse poteva essere quello di ascoltare le voci originali di Bruce Willis, Nick Nolte, Thomas Haden Church. Ma a Roma abbiamo sentito Pupo.
Voto:
 
This is England
di Shane Meadows
con Thomas Turgoose, Jo Hartley
Gran Bretagna 2006
[Cinema ‘06]
 
Dulcis in fundo si dice in questi casi. Il film più interessante della mia tre giorni romana è questo ritratto dell’Inghilterra tatcheriana d’ispirazione autobiografica, la storia di un bambino orfano di padre (morto nella guerra delle Falklands) che trova una famiglia vicaria in un gruppo di skinheads sbandati, proprio nel momento in cui si diffondono al suo interno le prime tendenze razziste.
Difficilissimo addentrarsi nel racconto di formazione infantile senza sbandare nel sentimentale, nella carineria, nella commozione ricattatoria. Difficilissimo avvicinarsi ad un argomento scomodo come il fenomeno degli skinheads sfuggendo alle tentazioni della retorica politica, della denuncia facile, della presa di posizione a tutti i costi. Per questo “This is England” ha del miracoloso, perché si limita a far parlare le immagini, in maniera obiettiva e naturale (basta pensare all’ingenua spontaneità con cui sono mostrate le prime esperienze amorose del piccolo Shaun). A tratti sembra quasi di assistere a un documentario (e tale può essere considerato dal punto di vista dell’evoluzione del movimento skinhead, che prima non era assolutamente di estrema destra); ma più che cinema veritè questo è cinema delle emozioni autentiche, capace di scaldare il cuore con una risata liberatoria, di far rabbrividire di fronte a esplosioni inaspettate di violenza, di far scorrere lacrime nostalgiche quando la stagione dell’innocenza va alla deriva come una bandiera in mezzo ai flutti. Gran merito va agli attori, semplicemente eccezionali, soprattutto l’incredibile protagonista Thomas Turgoose, che sarebbe un sacrilegio doppiare.
Voto:

O Roma o morte »

Noi siamo sempre in prima linea, sempre in trincea. Per tre giorni e mezzo vado a salassarmi a Roma (a proposito, si cerca ancora un compagno di stanza…). Gli interrogativi che mi si parano dinanzi sono molti: ci sarà almeno uno straccio di film decente? Ci si potrà imboscare nelle proiezioni ufficiali come ai bei tempi di Venezia? Riuscirò a farmi firmare l’autografo da Leo Di Caprio, così da venderlo su e-bay per 500 milioni di paperdollari? Ma soprattutto, vogliamo dare una buona volta un accesso internet gratuito a sti miserabili degli accreditati cinema?
La cosa più importante è conoscere gente nuova, blogger nuovi, lettori nuovi (e rivedere i vecchi, of course, ma a quanto pare non ce ne saranno molti…). Mi individuate subito: sono un nerd con gli occhiali, fenomeno da baraccone che vestirà un “borsello” con svariate spilline asiatiche, la borsa gialla del Far East Film Festival, il portabadge dei mondiali della Corea del Sud. Fermatemi in gruppo e picchiatemi.