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Maters of Horror 2.10 – We all screm for ice cream »

di Tom Holland
con Maxwell Neck, Gordon Grice, Alexis Llewellyn, Dryden Dion
Usa 2007
 
Ecco un episodio che risponde all’annosa questione: può un gelato incutere paura? 
 
Beh, nel caso ve lo stiate davvero domandando, la risposta è no.
Tanto più che – lo so, pare impossibile – ma non si tratta nemmeno del primo tentativo in questa direzione: “The Stuff – Il gelato che uccide” aveva già detto, bene o male, tutto sull’argomento. In più, se ci mettiamo pure il cugino scemo di “It” che urla come un ossesso “I scream for ice cream” come neanche il Benigni in “Daunbailò”, si può capire facilmente come l’episodio di Tom Holland, risulti più rancido di uno spumone andato a male. Holland – stando almeno quanto si legge su Imdb – pare essere molto ispirato dall’immaginario di Stephen King. E al Re del brivido si appoggia pure per ricostruire l’atmosfera di provincia Usa anni ‘50 che fa così tanto “Stand by me”. Le uniche trovate, per così dire, originali raggiungono il ridicolo involontario: le vittime muoiono letteralmente “liquefacendosi” come Steccolecco al sole, e non vi accenno neanche alla stupidità del modo in cui viene fatto fuori il clown assassino perché non ci credereste.
Con un soggetto del genere l’unico modo per uscirne fuori con dignità sarebbe stato buttarla sul ridere, magari anche sulla parodia citazionista. Il guaio è che qui si ambisce, per giunta, a fare un discorso serio sull’infanzia perduta. E tutto risulta appesantito da situazioni statiche e verbosissime.
I siti americani ovviamente ne parlano bene. I francesi sono capaci di scriverci un saggio incazzandosi come delle bestie. I tedeschi non li capisco. Io, comunque, mi fermo qui.
 
Mi spaventa di più il Maxicono chiuso nel mio frigidaire.
(nota: ho usato il termine frigidaire, nonostante il correttore di Word me lo sconsigli, perché secondo Repubblica è una parola da salvare).

Masters of Horror 2.12 – The Washingtonians »

di Peter Medak
con Jonathan Schaech, Saul Rubinek, Venus Terzo, Richard Stroh
Usa 2006
Gli storici sono i Pr del passato
 
Tutto si può dire degli americani, ma non che manchino d’ironia nei confronti della storia patria.
Glielo invidio davvero questo senso giocoso e iconoclasta con cui talvolta si accostano ai loro miti fondatori. In “The Washingtonians”, per esempio, viene fuori che il primo presidente degli Stati Uniti era niente meno che un cannibale sanguinario, ghiotto in particolare di infanti e di vergini e, ciliegina sulla torta, dedito al bricolage con le ossa delle vittime.
No, dico, ve la immaginate una cosa del genere qui da noi? È come se in una fiction nostrana si sostenesse che Garibaldi era un coprofilo o che a De Gasperi piaceva travestirsi da donna.
 
Peccato che una suggestione talmente appetitosa – sicuramente la più surreale e febbricitante dell’intera stagione dei “Masters of Horror” – sia vanificata dalla regia anodina del mestierante Peter Medak. L’impostazione è quella del classico raccontino da serie tv vecchio stampo, in cui si sa fin da subito come si evolverà la storia e dove si andrà a parare. Le scelte stilistiche sono convenzionali (inquadratura dal basso e grandangolo distorcente per mostrare i faccioni dei vecchi cannibali) e l’unica scena veramente suggestiva è, appunto, il luculliano banchetto “stile George Washington”.
 
Il prologo, in cui si fa riferimento alla missione irachena, e l’epilogo (che contiene un divertente twist con protagonista un altro George presidente, W. Bush) sembrano messi lì per porre in primo piano una chiave d’interpretazione politica. Ma francamente sulla vocazione cannibalica della società americana aveva già detto tutto, guarda caso, ancora un altro tizio di nome George, A. Romero. E in tema di falsificazione storica a scopi promozional-patriottici niente batte la sempreverde puntata simpsoniana (3F13) in cui Lisa scopre i loschi altarini del fondatore Jebediah Springfield e viene messa sotto silenzio. Come sempre i gialli avevano già previsto tutto.

Masters of Horror 2.07 – The Screwfly Solution »

di Joe Dante
con Jason Priestley, Elliott Gould, Kerry Norton, Linda Darlow
Usa 2006
 
Ciò che si può dire per John Carpenter vale anche per Joe Dante: i due fiori all’occhiello della passata stagione dei “Masters of Horror”, quelli che – assieme al genio incompreso Takashi Miike, ormai esiliato – avevano fatto sperare in uno svecchiamento del genere attraverso il tubo catodico, realizzano quest’anno due episodi più che dignitosi, ma comunque inferiori alle aspettative alimentate dalle prove precedenti.
 
Del resto per Dante era quasi impossibile superare le vette di quell’autentico capolavoro che è “Homecoming”, sintesi perfetta della cadaverica, necrofila (e speriamo ormai defunta) politica bushiana. Non c’è da lamentarsi più di tanto però, perché “The Screwfly Solution” rimane comunque il miglior episodio di questa prima tranche orrifica del 2006.
I vecchi fan dell’epigono di Corman rimarranno sorpresi non trovando in questo episodio il classico black humour tipico di opere quali “Gremlins”, “Small Soldiers” e “La Seconda guerra civile americana”, abbandonato in favore di toni cupi e tinte fosche da fantascienza apocalittica. È vero, le stoccate sapide e le scudisciate sbeffeggianti non mancano (ad esempio quando viene testato il grado di eccitazione di alcuni soggetti maschili mostrandogli le immagini più varie, tra cui proprio una scena di tortura da “Imprint”). Ma, anche quando l’ironia è certamente presente, si concreta in situazioni distorte e “malate” che, più che il sorriso, provocano ghigni sadici (vedi l’estrema unzione del prete maniaco). Inoltre, proprio come in “Pro-Life” di Carpenter, l’attenzione poggia tutta sulla contestazione politica e sociale, filtrata attraverso uno sguardo che privilegia l’ottica femminile o femminista.
 
Il mondo impazzito di “The Screwfly Solution”, un mondo in cui tutti gli uomini non distinguono più tra istinto sessuale e pulsione omicida, dove le donne sono continuamente vittime di abusi e violenze, è una versione appena un po’ estremizzata di quello in cui attualmente viviamo. La follia misogina colpisce tutti i maschi attorno alla stessa latitudine, dall’Arabia Saudita al Texas. Dante prende in mano l’evidenziatore e sottolinea per gli spettatori: la cultura americana non si creda meno fallocratica di quella islamica! E inoltre: la religione, in entrambe le culture, è forse la più potente arma di soggiogamento femminile. Anche qui, sempre come in “Pro-Life”, gli uomini uccidono perché “glielo ha chiesto Dio” e perché l’unico modo per ritornare nell’Eden incontaminato è quello di eliminare Eva. E ancora: è proprio il nucleo familiare, questa volta come in “Family”, ad essere l’anello debole, disgregante e destabilizzante dell’attuale società.
 
Gli spunti di “The Screwfly Solution”, come si vede, sono infinti: il regista, dopo “Homecoming”, continua a tastare il polso al suo Paese, questa volta preoccupandosi per le conseguenze in ambito globale e cercando di tracciare come un sismografo tutti gli sbalzi e le inquietudini di questo 2006 appena trascorso.
Il problema principale è la durata limitata del mediometraggio, che per forza di cose spinge a parziali (e raffazzonate) spiegazioni finali e a lasciare in conclusione quasi tutti i nodi ancora ingarbugliati. 

Sarebbe stato bello se Joe Dante avesse dato vita su grande schermo a un’altra “Terza guerra civile americana”, questa volta definitiva e inappellabile.

Masters of Horror 2.06 – Pelts »

di Dario Argento
con Meat Loaf, Ellen Ewusie, Link Baker
Usa 2006
 
Non riesco a fare a meno di provare un certo disagio nello scrivere queste righe. Continuo imperterrito a macinare episodi di “Masters of Horror” e continuo a parlarne sistematicamente sempre peggio. Di questo passo fino a che punto arriverò? E, soprattutto, chi me lo fa fare di completare la serie? Domande cui, in tutta sincerità, non so dare una risposta.
 
Tuttavia, pur tenendo conto del sentimento di frustrazione generale provato nei confronti della stagione, della mia connaturata antipatia verso Dario Argento (più che un regista negli ultimi anni è stato un abile sfruttatore del suo marchio), del fastidio che generalmente provo per lo splatter fine a se stesso, tenendo conto di tutto insomma, “Pelts” è oggettivamente tremendo, molto peggio del precedente “Jenifer”.   
 
Volendo essere proprio buoni, lo si potrebbe al meglio considerare come un sanguinolento omaggio ai B-movie gore anni Settanta o come l’esercizio di stile di una mente perversa sul tema della pulsione sessuale, sulla sua natura ferina e mortifera, simboleggiata da queste pellicce di procione maledette (???) in grado di innescare raptus omicidi e autolesionisti in chi le indossa. Ma si rischierebbe quasi di parlarne bene: in realtà l’aggettivo che riesco ad associare a “Pelts” è uno solo, gratuito.
 
Che considerazione si può avere di un prodotto quasi-pornografico (non solo nell’ostentazione del sesso, ma anche della violenza) e totalmente fine a se stesso? Qual è il senso che un’operazione del genere può avere oggigiorno? La trama è solo un flebile pretesto per sbatterci in faccia tette e culo della lapdancer Ellen Ewusie (forse l’unico vero motivo d’interesse dell’episodio) e per inondarci con litri di sangue, provocati dai supplizi che i personaggi si autoinfliggono in forme sempre più esagerate e involontariamente ridicole: uno mette la faccia dentro una trappola per la selvaggina, una si cuce occhi, naso e bocca con ago e filo, fino all’apoteosi di Meat Loaf che si strappa la pelle del torace con le proprie mani e continua a rincorrere la sua amata spogliarellista come se niente fosse.
 
Mentre atri maestri della paura come Carpenter, Dante, Landis tentano, pur nello spazio limitato del mediometraggio, di confrontarsi con problematiche serie e a volte scottanti, magari non cogliendo sempre nel segno, ma riuscendo a stimolare la riflessione dello spettatore, Argento no: lui continua a fare il cazzoncello e a divertirsi con le manine schiacciate e le testine mozzate. Qualcuno può dirgli che è ora di crescere?
 
Nota: questa donna – che peraltro ha parlato sempre benissimo della peggio feccia “Masters of Horror” – ha avuto il coraggio di dare all’episodio ben 4 stelline su 5, elencando tra i pro la presenza di “veri adorabili procioni”. Che teneri.

Masters of Horror 2.04 – Sounds Like »

di Brad Anderson
con Chris Bauer, Laura Margolis
Usa 2005
 
La componente uditiva ha rivestito da sempre un’importanza cardinale all’interno del cinema dell’orrore. Uno scalpiccio nel cuore della notte, un’anta cigolante, un urlo improvviso – per fare solo degli esempi banali – sono elementi acustici che tutti ben riconosciamo e che ormai associamo a una vera e propria grammatica dei meccanismi fobici e ansiogeni.
Non stupisce, dunque, che la serie televisiva “della paura” per eccellenza abbia voluto dedicare un intero episodio all’approfondimento di questa tematica, imbastendo un esercizio teorico in cui per una volta è la traccia sonora ad assumere all’interno del racconto cinematografico un ruolo dominante.
Il protagonista di questa storia, infatti, possiede un senso dell’udito particolarmente potenziato, che gli consente di avvertire anche i suoni più impercettibili. Dopo la morte del figlio, di cui si sente responsabile per non aver “auscultato” in tempo i sintomi della malattia, la sua percezione si acuisce fin a livelli insopportabili, con esiti schizofrenici facilmente intuibili.
Il “rumore” come manifestazione sensoriale dell’agitazione interiore e del senso di colpa, frenesia e follia che si propaga via onde, emanazione del disordine e del caos cacofonico del mondo circostante. L’individuo è straziato dal martellare ossessivo di pensieri putrescenti (il brusio fastidioso è quello delle carni che marciscono); tutto quello che desidera disperatamente è solo un po’ di “silenzio”, pace e quiete interiore.
L’idea è quindi molto interessante e lo sviluppo tenta di mantenersi all’altezza, cercando di sperimentare a livello audio, più che visivo. Non sempre ci si riesce e a volte fa capolino anche un po’ di noia.
Il problema principale è forse che Brad Anderson si distacca nettamente dallo stile dei precedenti “Masters of Horror”, abbandonando la via del sangue e dello splatter e preferendo il taglio psicologico che aveva già caratterizzato sue opere precedenti quali “Session 9” e “L’uomo senza sonno”. Il risultato è un esperimento un po’ troppo alieno e concettuale, che non si amalgama bene con gli altri episodi della serie.
Un elogio va in ogni caso alla prova convincente di Chris Bauer.

Masters of Horror 2.05 – Pro-Life »

di John Carpenter
con Ron Perlman, Caitlin Wachs
Usa 2006
 
 
- Penso che dovremmo farle fare un consulto
psichiatrico, prima di lasciarla tornare a casa.
-   Perché Dio le ha parlato?
-  Sai, per un sacco di americani, ciò è un
simbolo di onore, non un motivo di preoccupazione.
 
Dato il livello qualitativo medio dell’attuale stagione dei “Masters of Horror” attendevo l’epifania di John Carpenter come si può attendere il “Messia dell’Orrore” giunto a liberarci del regno d’oppressione del cattivo gusto e della dabbenaggine dilettantesca.
Purtroppo “Pro-Life” non è esente da diverse cadute di stile e non è nemmeno paragonabile alla profondità teorica e alla visionarietà cinefila raggiunta da “Cigarette Burns”, uno dei capolavori dell’anno passato. Ciononostante “Pro-Life” e “Family” di John Landis sinora valgono più di tutti gli episodi della seconda stagione messi assieme.
L’intera vicenda si svolge in una clinica abortista, dove si rifugia una ragazza quindicenne quasi sul procinto di partorire, che poco dopo si scoprirà essere stata fecondata da una strana entità demoniaca. Il padre della ragazza è un fondamentalista cattolico disposto a tutto pur di penetrare nella clinica e impedire l’aborto, che invece la giovane, sotto shock, reclama.
Come è facile intuire anche da queste poche righe, Carpenter si cimenta questa volta con questioni molto delicate e complesse, ma soprattutto “politiche” nel senso più ampio del termine (vedasi il dialogo citato a inizio post). Chi si illude, infatti, di agire per conto di Dio (manco fosse un Blues Brother…) e di colloquiare direttamente con l’essere supremo in realtà – oltre a cimentarsi in un’atroce sequenza di uccisioni e torture – finisce per fare il gioco del Demonio. Tutte le guerre sante (qualunque sia la divinità “mandante”) sono in realtà guerre sataniche e questo, visti anche i tempi che corrono, pare un assunto incontrovertibile.
Un po’ meno incontrovertibile è la scelta alquanto sbalestrante della metafora demoniaca, con soluzioni estetico-visive a metà strada tra “Alien” e “Rosemary’s Baby” e con un nascituro sputa-acido-verde che ci viene mostrato in tutta la sua bellezza di ibrido umano-insettoide.
Ma bisogna dire che Carpenter riesce – non so spiegarmi davvero come – a rendere credibili anche le evoluzioni finali e l’improvviso arrivo in clinica del padre squamoso e cornuto. Che, in barba a qualunque dicotomia bene-male, viene addirittura connotato di una sfumatura umana d’attaccamento filiale. Quanto basta per rimanere spiazzati e per costringerci a rivedere tutto il significato dell’episodio sotto questa nuova luce: l’istinto paterno come forza primordiale incontenibile, a volte con degenerazioni “mostruose”?
Grande Ron Perlman (voi lo ricorderete per “Hellboy”, io per lo scemo-del-convento de “Il nome della rosa”), sempre perfetto quando c’è da restituire sullo schermo il ruolo del pazzo sudista forcaiolo.

“Masters of Horror” 2.03 – The V Word »

di Ernest R. Dickerson
con Arjay Smith, Banden Nadon, Jodelle Ferland
Usa 2006
 
Forse il titolo è l’unica cosa che può far sorridere di questo filmetto diretto da uno – Ernest R. Dickerson – che non si sa da dove sia sbucato fuori e scritto da un altro – Mick Garris – che con l’horror non si capisce ancora bene cosa ci abbia a che fare.
Quando, nell’anno di grazia 2006, si decide di raccontare una storia di vampiri, quando (come se sei stagioni di “Buffy the Vampire Slayer” non fossero mai esistite) si scelgono per protagonisti due adolescenti – nello specifico un insignificante ragazzino brufoloso e il suo beota compagno di colore – e infine quando, non paghi, si impiega il vampirismo come metafora per angosce puberali e problematiche familiari quali il divorzio, allora si capisce che in questi “Masters of Horror” c’è proprio qualcosa che non va.
E sarebbe nulla: non si potrebbe trovare un modo più banale, sciatto e archeologicamente televisivo – l’accostamento con la violenza dei videogiochi: ohmioddio! Siamo ai livelli degli speciali di “Porta a Porta” – per mettere in scena tutto questo. Risparmiateci almeno l’ombra allungata del vampiro stile Nosferatu ed evitate di profanare l’effige di Bela Lugosi facendola comparire sulla tv. O, almeno questo, trattenetevi dallo sballottare la telecamera e da usare filtri rossi durante la trasformazione vampiresca, per pietà. Ma soprattutto, perché il fanciullo bianco si redime e il fanciullo nero – peraltro un cacasotto che manco a dirlo ci lascia subito le penne – diventa invece una specie di gansta assetato di sangue? Brutti razzisti che non siete altro!
A Jodelle Ferland dopo “Tideland” la fanno recitare solo in film angoscianti. A quest’ora la bambina mi si sarà già traumatizzata.
 
Forse se la si smettesse di nominare “Masters of horror” il primo che passa sotto casa alcune cadute di tono così vistosamente plateali si potrebbero evitare.

Masters of Horror 2.02 – Family »

di John Landis
con George Wendt, Matt Keeslar, Hayley Guiel
Usa 2006
 
Cosa c’è di meglio per il Santo Natale di un racconto incentrato sul sacro valore della famiglia?
Solo che il divertissement di John Landis esprime il concetto di “sacro valore della famiglia” così come lo potrebbe intendere, diciamo, Norman Bates.
 
Harold ha messo a punto un metodo tutto suo per costruirsi il dolce nido. Sceglie per le strade la moglie, la figlia, la mamma e il papà che desidererebbe avere, li uccide, li scioglie nell’acido ascoltando in sottofondo gospel purificatori, poi agghinda gli scheletri con vestiti e parrucche e li piazza in salotto dove conversa amabilmente con loro. La situazione si complica ulteriormente quando una giovane coppia si trasferisce nella casa accanto e il buon uomo comincia ad essere attratto dalla dolce e bionda mogliettina.
La famiglia disfunzionale è uno dei macrotemi che pervadono da sempre la cultura americana, ma negli ultimi anni essa è davvero divenuta un’ossessione ricorrente, tanto al cinema (i film di Wes Anderson sono forse l’esempio più lampante) quanto nel mondo seriale (basta soltanto citare “Lost”). In questo caso il merito di Landis sta nel dissacrare la retorica familista made in Usa sommergendola d’abbondante humor nero, all’altezza delle sue prove migliori, e nel proporci un quadro in cui nessuno appare veramente per quel che è e in cui non esiste un parametro che potremmo definire di “normalità”.
 
Apprezzabile è in particolare la scelta d’oscillare senza soluzione di continuità tra gli eventi reali e le fantasie schizofreniche del protagonista (con effetti anche molto divertenti, come quando la giovane mogliettina nel bel mezzo di una conversazione ordinaria si mette a pronunciare una gran quantità di porcate). Altrettanto curioso è l’impiego di gospel e spirituals per commentare e contrappuntare la narrazione: quando Harold è “al lavoro” i canti sono tutti incentrati sul potere salvifico dell’acqua; nel finale vendicativo invece i testi parlando di sangue.
George Wendt è un campione d’ambiguità: le sembianze da orsacchiotto tenerone stridono con l’inquietudine del suo sguardo e del suo volto.

Masters of Horror 2.01 – The Damned Thing »

di Tobe Hooper
con Georgia Craig, Brent Stait, Ted Raimi
Usa 2006
 
Recidivo. Tobe Hooper dopo averci disgustato (in senso negativo, ovviamente) con “Dance of the Dead”, uno dei vertici più bassi toccati dalla scorsa annata dei “Masters of Horror”, ci riprova con questo “The Damned Thing” che dà il la alla seconda stagione, ottenendo (se mai fosse possibile) risultati ancora più sconfortanti. 
“The Damned Thing”, ispirato a un racconto di Ambroce Bierce e scritta da Richard Matheson (figlio), sedimenta moltissime suggestioni letterarie: l’orrore e la follia che si nascondono in una sonnacchiosa cittadina del profondo Sud, un poliziotto con un trauma rimosso (viene in mente il protagonista di “L’assassino che è in me” di Jim Thompson, ma il topos è fra i più classici), una famiglia in crisi per colpa della schizofrenia del marito (“Shining” dice niente?), un prete dal viso inquietante (interpretato dal fratello di Sam Raimi, tanto siamo tutti amici) e così via, saltando da uno stereotipo all’altro. L’esplosione della frenesia collettiva e il manifestarsi della violenza repressa assumono le sembianze di un mostro (“il dannato coso” appunto), simile a una chiazza petrolifera, che il nonno del protagonista ha inavvertitamente dissotterrato e risvegliato.
Se sulla carta il tentativo di reificare il lato più oscuro e profondo dell’inconscio poteva essere interessante, la sua traduzione in termini cinematografici è piatta e convenzionale. Hooper non sa creare tensione e l’unico mezzo cui si affida è lo splatter, impiegato in maniera così ingiustificata e inutile da risultare fastidioso e persino ridicolo (budella penzolanti in bella vista, un uomo che si fracassa la testa da solo a suon di martellate).
Dire che è un esercizio derivativo è fargli un complimento: “The Damned Thing” è piuttosto vuoto pneumatico. Ma da Hooper ce lo si poteva immaginare.
 
Intendiamoci, non è che mi aspetti molto da questa nuova edizione dei “Maestri de Paura” (diciamo che mi stuzzica solo il plot di “The Washingtonians”) – se non altro perché si tratta sempre degli stessi che si riempiono dei soliti discorsi pippaioli e autoreferenziali – ma se il buongiorno si vede dal mattino allora c’è di che spaventarsi seriamente…

Lost – seconda stagione »

Appena finito di vederla. Bocca ancora spalancata. Solo alcune impressioni disordinate come feci per la prima stagione. Per mettere insieme un qualche pensiero coerente bisognerebbe riguardare tutte le puntate, ancora e ancora, ripassando anche quelle precedenti.
Se per voi questa parte del serial è ancora inedita vi avviso che il commento sottostante contiene una montagna di SPOILER.
 
 
. La seconda stagione di “Lost” è il naturale sviluppo dialettico della prima. Se all’inizio i naufraghi hanno dovuto fare i conti soprattutto con il proprio Io, alla problematica ricerca del sé nel mezzo di un naufragio che assume contorni spirituali prima ancora che fisici, in questo secondo anno il tema centrale è la scoperta e il rapporto con L’Altro: diverso, insondabile, misterioso, minaccioso.  
“The Others” è il mantra che sembra risuonare incessantemente per tutti i nuovi 24 episodi. “Altri” sono anche i sopravvissuti della seconda metà dell’aereo. Non a caso una delle puntate più affascinati e per certi versi inquietanti è proprio “The Others 48 days”, un cui vengono ripercorsi tutti gli eventi accaduti sull’isola dal disastro aereo in poi, ma da una prospettiva diversa. Improvvisamente si spalanca ai nostri occhi un altro universo narrativo speculare. Si rimane spaesati pensando che è tutta una questione relativistica: il serial avrebbe potuto scegliere loro come protagonisti, tutta la storia avrebbe potuto essere osservata dal loro punto di vista. L’effetto disorientante è simile a quello che si prova leggendo racconti fumettistici basati su mondi paralleli o alternativi rispetto a quelli della story centrale.
 
2. Il rapporto con gli altri è sempre rappresentato in maniera problematica e oppositiva (e se, come si dice, “Lost” è una delle incarnazioni più precise delle nostre fobie contemporanee ciò dovrebbe far riflettere). Non solo nei confronti degli inquietanti e quasi soprannaturali “Others”, ma anche in relazione al secondo gruppo di superstiti. Che, soprattutto all’inizio, sembrano una sorta di “Dark side of Lost” e ogni personaggio pare il rovesciamento speculare e negativo di un altro: Ana Lucia leader anti-eroica e distruttrice (nessun’altra attrice avrebbe potuto incarnarla meglio di Michelle Rodriguez) contrapposta alle virtù positive e risanatrici di Jack, Mr. Eko come lato più oscuro e irrequieto dello spiritualismo incarnato da Locke e così via… Il gioco dei rimandi (di situazioni, di gesti, di inquadrature) è a ogni modo talmente preciso da raggiungere il virtuosismo.
 
. Il tema del Destino e della Fede assumono sempre più un’importanza fondamentale. A partire naturalmente da quel maledetto computer in cui si deve inserire uno strano codice numerico ogni 108 minuti, pena (forse) la salvezza mondiale. Una delle immagini più geniali dell’intero serial, anche perché riesce a dare concretezza e tangibilità a uno dei concetti più misteriosi e difficili da definire: da dove nasce la fede? Il progetto Dharma è forse una delle metafore più incisive mai realizzate della scommessa pascaliana. D’altro canto è incredibilmente ironico che due tizi che si chiamano John Locke e David (Desmond) Hume fondino le proprie credenze su una realtà intangibile e inverificabile. 
 
4. Filosofia, religione, politica, psicologia, sociologia, numerologia. Famiglia, amore, malattia, dipendenza, conversione, crescita, maturazione. Vita e morte. “Lost” è sempre più un ipertesto enciclopedico della contemporaneità, una cartina al tornasole della cultura di massa, una rielaborazione della nostra coscienza collettiva.
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