« Il Divo
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso
Italia 2008

Il concetto di “necessità del male”, così pregnante in Gomorra, giunge nel Divo a un inedito, mostruoso e insuperabile paradosso: l’obbligo di agire nel male per preservare il bene. E se davvero si può trovare un punto di comunione tra due film, per altri aspetti diversissimi, come quelli di Garrone e di Sorrentino questo sta proprio nella totale impossibilità del bene, nell’assenza di una via d’uscita che sia “giusta”. In questo senso il paragone con i grandi maestri dell’impegno politico anni Settanta (Petri, Rosi, Bellocchio, Damiani) – per altri versi azzeccato – non funziona per niente: perché l’ideologia sorreggeva ancora le opere di quel tempo, e con essa la speranza che qualcosa potesse veramente cambiare. Gomorra e il Divo sono invece ritratti funerei e necrotici, permeati da una cappa plumbea e spettrale, dove il grottesco si stringe a braccetto con l’espressionismo. Non esiste più neanche l’ipotesi di un futuro, mentre il passato può essere raccontato solo con toni apocalittici.
Ciò fa più impressione nel Divo è l’assenza di personaggi “buoni” da contrapporre ai cattivi, in una dicotomia semplicistica ma tranquillizzante che viene da sempre perpetrata nel cinema mainstream. Qui persino il giudice Caselli è un fantoccio impomatato e laccato. Gli unici “buoni” – se così si può dire – sono morti e, al massimo, sopravvivono in qualità di grilli parlanti di una coscienza che non ascolta più (Aldo Moro). Né si rintraccia, nel Divo, alcun barlume di umanità, che invece pulsava e palpitava – nonostante tutto e tutti – in Gomorra. E non c’è da stupirsi: le opere di Garrone e di Sorrentino raccontano in definitiva della stessa cosa (la pervasività e la vischiosità del male, il “tout se tient”, appunto), ma partendo da angolature opposte. Gomorra è con la gente e tra la gente, macchina a mano e altezza d’uomo. Il Divo si interessa delle alte e imperscrutabili sfere del potere: un mondo fatto di figure quasi astratte e simboliche.
E quella sorta di entità superumana, un idolo deforme e immobile, mirabilmente acconciata da Toni Servillo, non ha alcuna attinenza con Andreotti in quanto personaggio storico. È piuttosto un’icona (e in quanto tale soprattutto “immagine”) del potere, che è sempre assoluto e totalitario, spirituale e temporale assieme. Un’icona che ha tutti i caratteri della divinità (è proprio questa l’etimologia della parola Divo): eternità, fissità (anche dello sguardo della macchina da presa), centralità (anche all’interno dell’inquadratura), impenetrabilità, totale assenza di umanità. Un totem che arranca in palazzi secolari, si affanna tra le strade che furono dei Cesari (anche di Giulio…) e dei Papi, reincarnado quello stesso potere in maniera grottesca e quasi depravata.
Un gatto, come lo erano le divinità egizie. Sette governi e sette vite. Sette Telegatti, anche, ma questo è solo il segno dei tempi.
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17 comments a “Il Divo”
Applausi. A te e a Sorrentino. E a sostegno della tua bella riflessione su Andreotti come divinità, ricordiamoci che l’unico vero scontro tra pari, nel quale vien fuori anche una insolita “umana” inquietudine, il Divo Giulio lo sostiene con un gatto.
Proprio così
Ciaoo Rob
you are the man
props for the post.
Murda
Bellissimo davvero il discorso divinità, la frase finale è da antologia. Il gatto: 7 vite, 7 governi, 7 telegatti (erano davvero 7, li hai contati?). Geniale!
Saluti.
Para
Non ci ho fatto caso al momento, ma ho cercato su Google
Ciaoo Rob
Mi sfugge il perché dei telegatti…
che ci fanno lì?
Ciao
Ciao Luca! Andreotti quelli lì li ha vinti veramente: non chiedermi in base a queli meriti… O_o
ciao, bel blog! e ottima intuizione sul gatto e le 7 vite e i sette governi, ai 7 telegatti xò non avevo pensato, anche perché… che cazzo glieli han dati a fare?
mah
a risentirci!
venduto: questo era un cinque, garrone un 4. Roma ti ha corrotto la mente… ^^
scusate l’intrusione, ma dateci un’occhiata: la storia del cineblogging da gokachu a kotionkin.
il blogtrailer: http://video.google.it/videoplay?docid=-6079878233623769418&hl=it
il blog: http://kotionkinz.blogspot.com
the cineblogger disconnection.
grazie, a presto
shiva
blob, ti ho risposto nel commento a Gomorra ;P
Kotionkin, rido
Ciaoo Rob
come sai io la vedo diversamente però è interessante la tua analisi.
Quello che mi lascia un po’ dubbioso è quando dici che Il Divo si interessa delle sfere del potere.
Oltre a questo io ritengo che dica moltissimo sugli italiani di oggi e sul loro rapporto con la voglia di approfondimento politico, la voglia di sapere veramente, e la cultura (un po’ santorista) dell’approssimazione.
E, alla fine scatta l’assoluzione per tutti (Andreotti compreso).
I colpevoli sono gli altri, non noi.
In questo senso Il divo è un film di Repubblica (il quotidiano) di cui sposa l’estetica da giornale scandalistico.
E poi sui media in genere: il personaggio politico non è come è veramente (a nessuno interessa come è Andreotti sul serio), ma come ce lo hanno raccontato i media, senza che noi avessimo la possibilità di discostarci da quella immagine (in questo senso Andreotti è le sue battute, le sue frasi, quelle che lui ha lasciato volutamente filtrare, quelle dei libri, delle apparizioni in tv, delle imitazioni).
Quando parli di segno dei tempi hai ragione: il cinema di Sorrentino è perfettamente aderente ai tempi in cui vivivamo. E non sono, a mio parere, bei tempi. Un saluto.
La riflessione sui media la condivido ovviamente, (del resto quei telegatti non stanno lì per caso, come qualcuno ha fatto notare
. Però non capisco il tuo discorso sull’assoluzione, anzi mi sembra che sia Gomorra sia il Divo dicano che siamo proprio tutti colpevoli, inclusi noi of course. O forse che la colpevolezza è insita nel potere.
Ciaoo Rob
Ah, poi certo che questi non sono bei tempi. Ormai, imho, oggigiorno non esiste neanche più la possibilità di fare “denuncia” come si faceva negli anni Settanta. E per questo che non sono molto d’accordo con l’analisi sul tuo blog.
Ciaoo Rob
Ecco:
la colpevolezza è insita nel potere – cosa che il film sembra ribadire – è una frase che esprime un punto di vista che non accetto proprio perchè è in sè assolutoria: tutti colpevoli, nessun colpevole. La necessità del male.
Non è assolutorio uno che ti dice che è necessario fare il male per fare il bene? Per me sì.
Che poi a livello filmico si traduce in: uso gli stessi stilemi, a mo’ di rabbuffo, del sistema che intendo criticare, perchè non posso fare altrimenti. Eccome se puoi: ma ti piace così.
In Gomorra esci confuso (sia per il voluto fuori fuoco che spiazza, costringe ad una attenzione focalizzata, è antitelevisivo per eccellenza) e a pezzi.
Nel Divo esci sollevato. Ecco, vedi: questa gente era così, che schifo, che vergogna. E, i politici, tutti uguali, rossi o neri tutti uguali.
Loro, mica noi. E torni a casa contento per il giocattolo visivo (effettivamente formidabile) che ti ha appagato gli occhi (ficata!) e per il superficiale discorso politico (macchiette da avanspettacolo) che non ti ha costretto ad approfondire a livello estetico: le figure sono volutamente superficiali come i titoli a 9 colonne.
Navighi in superficie e al sicuro.
In Gomorra il rapporto con la materia (cemento, sabbia, fango) finisce per inglobarti e insozzarti. Entri dentro le viscere delle case, ti sporchi con la rena, entri nei bagagliai delle auto, senti il fetore delle fogne.
Nel Divo esci pulito perchè ogni volta che stavi per sporcarti, è intervenuta una mano per tirarti su – lo stile, i siparietti teneri di coppia, le frasi fatte da bestseller (Visti da vicino, 6 libri credo, milioni di copie vendute).
Gli anni ‘70 sono lontani, è vero.
Proprio per questo non ha molto senso parlare di cinema “sociale” a proposito del Divo, ma semplicemente di divertimento pop su una icona della politica italiana che piace allo stesso modo in cui inquieta, se non di più.
Ha ragione Gokachu: la prossima volta un film su Pomicino, in stile ballo sudamericano.
un saluto.
Complimenti davvero! Mi piace moltissimo il tuo stile. Ti aggiungo tra i miei link!!!
Innanzitutto, grazie mille Ale55andra.
Quanto a Souffle, questione di punti di vista… a me non sembra affatto che il film sia assolutorio, da nessuna parte. Dire che siamo tutti colpevoli significa dire che anche noi che guardiamo il film (e che votiamo e abbiamo votato) abbiamo fatto pure la nostra parte. Anzi mi sembra più semplicistico e assolutorio dividere dicotomicamente in “buoni” e “cattivi”.
E’ vero, gli anni 70 sono lontani, ma essere nostalgici non serve a nulla. Siamo in una nuova epoca, che ci piaccia o no.
Ciaoo Rob