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« The Darjeeling Limited

di Wes Anderson
con Adrien Brody, Owen Wilson, Jason Schwarzman
Usa 2007
 
Wes Anderson torna nuovamente ad affrontare il nucleo centrale di tutta la sua poetica – e cioè la famiglia disfuzionale, nel caso ci fosse il bisogno di esplicitarlo – scegliendo la medesima strada percorsa nella sua opera precedente, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ovvero quella del road movie. Da questo punto di vista c’è una netta spaccatura nella sua filmografia: mentre Rushmore e I Tenenbaum erano film statici, in cui si esprimeva la quasi totale assenza di un cambiamento (oppure la presenza di un mutamento illusorio), i suoi ultimi due film affrontano invece lo stesso tema da una prospettiva dinamica, in cui forse si insinua la sottile speranza di un cambiamento. Del resto la continuità con Zissou è garantita dall’incipit dell’ultima opera, in cui Bill Murray compie un ideale passaggio di consegne nelle mani di Adrien Brody, cedendo lo scettro di protagonista e perdendo letteralmente la possibilità di realizzare questa sorta di “film-treno” (Murray comparirà ancora in un’altra sequenza del film: una carrellata molto “andersoniana”, in cui si susseguono i molteplici personaggi secondari accantonati nel corso della storia, direttrici di altrettanti potenziali snodi narrativi). 
 
In questo senso è molto interessante l’accostamento tra il corto Hotel Chevalier e The Darjeeling Limited, che si pone come suo ideale proseguio espanso in forma di lungometraggio: anche qui si nota la netta contrapposizione tra una situazione relazionale di stasi – realizzata per l’appunto in uno spazio chiuso e secondo l’unità di tempo e di luogo – e un’altra di mutamento emotivo, che sarà sviluppata in The Darjeeling proprio ricorrendo all’espediente del viaggio.
 
E lo spazio è per forza di cose la coordinata principale attraverso cui interpretare il film. Non potrebbe essere altrimenti: non solo (banalmente) perché si tratta di un road movie, ma proprio per l’importanza che da sempre Anderson conferisce alla composizione spaziale delle inquadrature come elemento produttore di significato. Del resto la metafora del “film-treno” vale senza dubbio come paradigma dell’intero cinema di Wes Anderson: un cinema che si compone essenzialmente di quadri giustapposti, isolati tra di loro, esattamente come le diverse carrozze di un vagone ferroviario.
 
All’interno della storia il treno finisce per configurarsi come spazio della contraddizione e del contrasto. È uno spazio fisso eppure mobile al tempo stesso, la cui antinomia è esaltata dalle scelte di inquadratura di Anderson, il quale non esita a giustapporre l’orizzontalità del tragitto su rotaia con la verticalità di porte, finestre e di pannelli divisori. I tre protagonisti sono, almeno all’inizio, prigionieri di questo spazio, e le loro figure sono continuamente ritagliate da porte e finestre in modo da apparire sezionate, frammentate, divise. Ma Peter, Jack e Francis, che dapprincipio sono diffidenti e non si aprono l’uno con l’altro, in seguito riescono a “uscire allo scoperto”. Incominciano a muoversi veramente solo quando abbandonano il moto illusorio del treno. Nella seconda parte del film lo spazio muta: non è più il finto paesaggio indiano per turisti, facilmente incorniciabile nei contorni di una cartolina; ma è quello di luoghi deserti, isolati, minacciosi, anch’essi articolati sia orizzontalmente (il ruscello impetuoso, il villaggio desertico), sia verticalmente (l’eremo sui cui si trova il convento della loro madre).
 
Da qui, da questa prima vera elaborazione del lutto paterno, inizia il cammino verso la consapevolezza e la maturazione, che si può raggiungere solo liberandosi dai fantasmi dei padri e delle madri, per ricominciare il viaggio daccapo (e magari diventare, a propria volta, padri, come fa Peter). Un percorso che non può non concludersi gettando all’aria le valigie paterne, riponendo via i vecchi occhiali e prendendo nuovamente il treno, questa volta con una “consapevolezza degli oggetti” della tutta diversa.
 
Chi sottolinea il manierismo di Wes Anderson si ferma solamente all’aspetto esteriore del suo stile, alla sua passione per le inquadrature “zeppe di cose, affogate in un tripudio di colori”, come scrive una sprezzante Silvia Colombo su “Film Tv”. Ma trascura il fatto che quello spazio, quegli oggetti e quei colori hanno sempre un preciso significato. Con un film di Anderson ci si può fermare a guardare solamente il panorama, proprio come fanno Jason Schwartzman e Natalie Portman sporgendosi fuori dalla finestra dell’Hotel Chevalier. Ma, per chi vuole, c’è sempre la possibilità di chiudere la finestra e tornare a fare l’amore.

 

Voto:

7 comments a “The Darjeeling Limited”

  • 9 maggio 2008
    steutd wrote

    complimenti per questa lettura “fisica” del film; girando all’interno di un vagone ferroviario la metà dei lati è occupato da finestre e porte ma l’idea dei personaggi incorniciati mi piace, elaborata ma interessante

  • 9 maggio 2008
    rob81 wrote

    Eh, sì, diciamo che mi piacciono le cose elaborate ;) grazie comunque dei complimenti.

    Ciaoo Rob

  • 10 maggio 2008
    anonimo wrote

    Ciao Rob, come va?

    Complimenti per questa recensione (ho adorato il film di Anderson!!!) ma adesso aspetto qualche tuo post sui film visti al Far East ^___*

    Weltall

  • 10 maggio 2008
    rob81 wrote

    Grazie Weltall ^__^

    Sì, presto pubblico qualcosa sul festival. Stay tuned!

    Un saluto a tutta la banda!!

    Ciaoo Rob

  • 11 maggio 2008
    amosgitai wrote

    Film splendido… ma non per tutti!

    Ottima recensione!!!

  • 13 maggio 2008
    anonimo wrote

    Il film l’ho visto qualche mese fa e devo dire che mi è piaciuto molto. Interessante la tua interpretazione sul film treno ma penso che per dare un giudizio critico sull’opus andersoniano sia ancora presto e che soprattutto lo stesso Anderson continui a prendersi poco sul serio(ma non lo considero un difetto del suo cinema).

    Ne sparo una, magari non sei d’accordo. Nei silenzi e nelle scene del villaggio mi è venuto in mente l’Antonioni di Professione, reporter.

    Mi fa piacere rileggere The Critic, un abbraccio

    Sergio

  • 13 maggio 2008
    rob81 wrote

    Grazie Sergio, a me fa piacere rileggere i tuoi commenti :)

    Antonioni a me non è venuto in mente, ma può essere che tu abbia ragione. ;)

    Ciaoo Rob